Abbiamo inventato l’opera ma la suoniamo male

Correva il 2009. E finalmente pure un’orchestra made in Italy, quella di Santa Cecilia di Roma, scalava le classifiche delle migliori compagini del pianeta (quella stilata dal mensile inglese Classic Fm). Veniva così inclusa nella top ten assieme alla Filarmonica di Vienna e di Berlino, la Chicago Symphony e Concertgebouw di Amsterdam. Una conquista isolata, però. Proprio come gli atenei, anche le orchestre di casa nostra non sembrano brillare per competitività, almeno stando ai periodici sondaggi. Perché non figuriamo nelle guide Michelin delle orchestre? Si può accampare la scusa che le classifiche musicali sono espresse dai critici, e che fra i critici non vi sono mai gli italiani. Una considerazione che aprirebbe un ulteriore capitolo sul peso che la critica nazionale ha, o meglio pare non avere, una volta varcate le Alpi.
Per saperne di più, siamo andati direttamente alla fonte, mettendo a confronto la percezione italica con quella dei critici stranieri. Santa Cecilia di Roma mette d’accordo un po’ tutti. Piace a Manuel Brug, da 22 anni critico del tedesco Die Welt, che riconosce gran parte del merito al bel lavoro fatto dal direttore in carica Antonio Pappano. Dello stesso avviso è Mark Swed del Los Angeles Times, «Pappano ha dato una nuova credibilità», assicura.
Che si dice della Filarmonica della Scala? È dura far passare il messaggio che la Scala non è solo il tempio dell’opera, ma anche bottega sinfonica. Pesa poi il fatto che ultimamente l’orchestra milanese non produce dischi e non ha una guida stabile, «ha avuto grandi direttori come Abbado e Muti. Ora c’è Barenboim che però è occupato su tanti fronti e quindi non può seguirla adeguatamente», ancora Brug. Del resto, il prestigio di un’orchestra, come quello di una squadra di calcio, si lega indissolubilmente al nome del direttore/allenatore. Basti pensare all’accoppiata vincente Berliner Philharmoniker-Herbert von Karajan.
A proposito di associazioni, debite e indebite. Quattro secoli fa, l’Italia inventava, e continuava a coltivare, l’opera trasformandosi in una boutique di teatri incantevoli. Da qui, il cliché dell’orchestra italiana che dà il meglio di sé quando si accosta a Puccini o Verdi, mentre fatica con i Beethoven e Mozart di turno. «Il fatto che la vita musicale nazionale sia organizzata intorno al grande rito del melodramma è vero solo in parte: formazioni quali l’Orchestra di Santa Cecilia, quella del Maggio fiorentino, la Filarmonica della Scala o la Nazionale della Rai sono compagini di rilievo. Solo la prima e l’ultima, però, hanno un’attività continua sul repertorio sinfonico, quello che forma di più. È poi determinante il fatto che l’Italia conti poco nella discografia: le major sono tutte all’estero e le orchestre italiane hanno inferiori possibilità di essere conosciute nel mercato mondiale», spiega Andrea Estero, direttore della rivista specializzata Classic Voice. «Puccini e Verdi hanno monopolizzato la scena, è vero. Così come Vienna, per esempio, è stata segnata da Mozart, Schubert, Bramhs. È lì che ha pulsato il cuore della musica da camera e sinfonica. Però non dobbiamo misconoscere la strada fatta negli ultimi decenni dalle nostre orchestre» aggiunge Ernesto Schiavi, direttore artistico della Filarmonica scaligera. E rimarca: «Queste classifiche coinvolgono comunque le sole orchestre sinfoniche e non di opera». Giusto.
Che poi, l’Italia è culla dell’opera, ma è pure il Paese di eccellenti costruttori di violini, «avete avuto i più grandi liutai del mondo, ma non avete orchestre di rilievo. Non me lo spiego», dice Tim Smith, giornalista del Baltimore Sun. L’ammissione di Carlo Maria Parazzoli, spalla di Santa Cecilia, sposta l’attenzione su un problema tutto italiano. Ed è quello dell’individualismo che ci connota, a prescindere dal settore in cui operiamo, e che bene non fa allo spirito comunitario di un’orchestra. «Da noi è sempre stato difficile mettere insieme tante teste, un problema che, ad esempio, non si avverte nelle orchestre americane. Però stiamo risalendo la china, ora si è sviluppato un maggior senso del collettivo», osserva Parazzoli. Sarò poi un puro pregiudizio, ma alle nostre orchestre si stenta a dare un dieci in condotta. «Avete uno scarso senso della disciplina» tuona Norman Lebrecht, scrittore e critico inglese (per Bbc e Daily Telegraph). Ci boccia con un tre secco: «Sa che le dico? I direttori italiani, a un certo punto, perdono interesse nel tentare di ottenere l’impossibile con i complessi italiani e se ne vanno in Germania, Austria o America».
Anche Brugg va giù duro sul tema: «La disciplina è il vostro tallone d’Achille. E così pure la pigrizia nel lanciarsi in nuovi repertori. E poi ci sono troppi scioperi, ragion per cui il regista Chéreau non vuole più venire da voi, così ho sentito dire. Ingaggiate cantanti e direttori all’ultimo minuto, quando l’agenda è piena. E così, per averli, alzate i compensi, alla fine molto più alti dei nostri in Germania». I bene informati, in realtà, assicurano che pure i Berliner, l’orchestra top d’Europa, sono caciaroni e anche pestiferi quando non gradiscono certi direttori. Evidentemente, però, quando c’è da marciare, sfoderano tutta la disciplina prussiana che hanno in corpo.
Comunque, cosa ci salva? Quello che spesso noi snobbiamo, le orchestre di musica barocca, per intenderci i complessi che suonano Bach, Vivaldi e contemporanei. «Sono da manuale le registrazioni italiane di musica barocca, è lì che eccellete» assicura Goetz Thieme, critico del tedesco Stuttgarter Zeitung. Dopo la caramella, arriva la medicina amara: «Però non c’è tradizione sinfonica in Italia. Prima di tutto non avete una sala di statura internazionale equivalente al Concertgebouw di Amsterdam, Musikverein di Vienna o Carnegie Hall di New York. Altra cosa, ancora non capisco la scelta irragionevole di chiudere le orchestre Rai. È difficile, a questo punto, alimentare una tradizione sinfonica».
Per chi voglia rimboccarsi le maniche, che fare? «Le orchestre devono mostrare disponibilità a organizzare l’attività in termini manageriali, prescindendo da un’organizzazione del lavoro di tipo impiegatizio. Dovrebbe esserci una verifica periodica della qualità dei singoli con un sistema di audizioni. È poi necessaria la presenza di un direttore musicale in grado di offrire stimoli ai singoli musicisti, ponendo al centro la loro individuale responsabilità». Così, Andrea Estero.