«Abbiamo scelto Berlino per il film sugli armeni che farà irritare Ankara»

Vittorio Taviani parla di «La masseria delle allodole», l’opera sul genocidio perpetrato dai turchi tra il ’15 e il ’16

da Roma

Lo voleva Cannes, lo voleva Berlino. Ma forse Berlino con più convinzione, anche per rimpolpare l'esile squadra italiana. Sicché alla fine, facendo quattro calcoli e vincendo i dubbi di Raicinema, i fratelli Taviani hanno deciso di presentare alla Berlinale, in anteprima mondiale, La masseria delle allodole, dal romanzo di Antonia Arslan (in Italia uscirà il 4 maggio). Il tema è di quelli che pesano, specie di questi tempi: il genocidio degli armeni a opera dei turchi alleati ai tedeschi nel biennio 1915-1916. La collocazione? Sotto forma di evento speciale, il 14 febbraio, fuori dalle sezioni tradizionali. «Effettivamente sono state giornate turbolente, poi abbiamo deciso noi: l'invito di Kosslick (direttore del festival, ndr) era così caloroso...», si fa sfuggire al telefono Vittorio Taviani. L'ufficio stampa ha imposto la consegna del silenzio, ma il regista riconosce che il film, circonfuso da un alone di segretezza (niente foto di scena, reportage dal set, interviste), avrebbe ben figurato a Cannes. «In effetti, la Francia ha sviluppato una sensibilità particolare nei confronti di quell'immane tragedia. C'è una legge, istituita dall'Assemblea nazionale, che prevede sanzioni penali per chi nega il genocidio degli armeni», continua il cineasta. «Per noi sarebbe stato anche il trentennale della Palma d'oro a Padre padrone. Ma va bene così. Siamo andati una sola volta a Berlino, tanti anni fa, con San Michele aveva un gallo. L'importante è che piaccia».
Inutile dire che La masseria delle allodole è un film per nulla gradito al governo turco guidato da Erdogan. Tanto più ora, dopo l'omicidio del giornalista Hrant Dink, di origine armena, che ha gettato nuove ombre sul ventilato ingresso della Turchia nell'Unione europea. Frutto di una produzione tra Italia, Francia, Spagna, Bulgaria e Regno unito, il film vanta un budget da dieci milioni di euro, 600mila dei quali erogati da Euroimages: e proprio su quel contributo si concentrò a marzo 2006 la protesta di Ankara, essendo l'organismo finanziato anche dal governo turco. Per il quotidiano in lingua inglese The New Anatolian, la Turchia avrebbe quindi «finanziato le tesi armene sul genocidio col proprio denaro». Ne sortì un discreto caso politico: tra interrogazioni della Lega a Strasburgo, pressioni più o meno sotterranee della diplomazia turca, voci, poi smentite, in merito a una lettera dell'allora premier Berlusconi ai registi perché mitigassero il punto di vista.
Vittorio Taviani, congedando gentilmente il cronista del Giornale, spiega di non voler intervenire nella questione. Però ribadisce: «Siamo favorevoli all'ingresso della Turchia in Europa. Ci auguriamo solo che il governo turco superi il tabù e faccia i conti con quel periodo storico. Come noi li abbiamo fatti col fascismo». D'altro canto, in una delle poche dichiarazioni rilasciate dai due fratelli alla vigilia del primo ciak, nella cittadina bulgara di Plovdiv, si poteva leggere: «Chi conosce il nostro cinema, sa che non facciamo opere preconcette, di parte o razziste, ma raccontiamo l'umanità dei personaggi, evitando di dare giudizi generici sulla Storia e provando a comprendere tutte le posizioni».
Ora il film è pronto: tra poco più di tre settimane sapremo come verrà accolto a Berlino, specialmente dalla comunità turca, influente in città. Di sicuro La masseria delle allodole farà più rumore di Ararat di Etom Egoyan o Le voyage en Arménie di Robert Guédiguian, film recenti che pure si sono interrogati, in vario modo, sul genocidio. Cominciato a Istanbul nella notte del 24 aprile del 1915, con il massacro di 800 armeni di spicco, e trasformatosi nei mesi successivi in una titanica operazione di pulizia etnica con un milione di vittime.
Ammonisce la scrittrice Antonia Arslan: «Il silenzio sul Mez Yeghèrn (il Grande Male, come gli armeni definiscono la loro tragedia, ndr) deriva da una rimozione durata sessant'anni». Un silenzio che La masseria delle allodole prova a dissolvere usando le forme del racconto romanzesco, di impianto familiare, tra affondi sentimentali e segnali minacciosi, fino allo scoppio della violenza. Nel cast attori italiani come Alessandro Preziosi, Mariano Rigillo, Yvonne Sciò e Linda Batista, spagnoli come Angela Molina e Paz Vega, francesi come André Dussollier e Tchéky Karyo, palestinesi come Mohammed Bakri.
Chi ha letto il romanzo, edito da Rizzoli, sa che la vicenda ruota attorno a due fratelli armeni, gli Arslanian: Yerwant e Sempad. Il primo lasciò il suo paese per studiare medicina a Venezia e fare carriera, il secondo, più legato alle tradizioni familiari, restò in Anatolia, a gestire una farmacia. Dopo anni di separazione, i due combinano una rimpatriata, per l'occasione Sempad arreda riccamente la villa in campagna, appunto «la masseria delle allodole»: ma non saranno giorni di festa. Il nostro Preziosi incarna un soldato turco, innamorato di una ragazza armena, in bilico tra fedeltà al proprio paese e dubbi morali. Chissà se ai signori di Ankara basterà.