Abe: «I criminali di guerra non esistono in Giappone»

«I generali giustiziati dagli Alleati furono condannati in base a leggi introdotte dopo il conflitto»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

I criminali di guerra? Non esistono. Shintaro Abe, nuovo premier giapponese, prende il toro per le corna. Affronta subito la questione che per anni ha tormentato il suo predecessore e mentore Koizumi e che si ripresenta ogni volta che un esponente del governo giapponese rende l’omaggio rituale al tempio di Yasukuni. Non è un monumento, non è un cimitero. È un luogo di culto shintoista che ospita le anime di due milioni e mezzo di soldati che dal 1905 al 1945 hanno perduto la vita in uniforme nelle guerre condotte dal Giappone. Non sono eroi individualmente, non sono vittime. In un certo senso sono dei, o almeno semidei. Tutti, a prescindere da meriti e colpe individuali. Abitano a Yasukuni alcuni consiglieri militari britannici che assisterono le truppe nipponiche nella guerra contro la Russia di cent’anni fa. Sono caduti in battaglia per il Giappone, e dunque hanno gli stessi diritti degli altri, anche se sono stranieri. A maggior ragione li hanno i generali giapponesi che poco dopo la Seconda guerra mondiale furono giudicati, condannati e impiccati dai tribunali americani. La potenza vincitrice aveva il potere di farlo, secondo i suoi principi poteva anche averne il diritto; ma le sue sentenze non coinvolgono il Giappone, né sul piano giuridico né tanto meno su quello religioso. Inoltre, e qui è più audace la stoccata di Abe a tutti i critici stranieri, i crimini per cui sono stati condannati questi uomini sono stati dichiarati tali a posteriori. Durante la guerra non lo erano, il giudizio si basò su leggi retroattive, per di più redatte appositamente. Dunque non possono essere definiti crimini e di conseguenza in assenza di crimini non ci sono criminali.
Un teorema audace e serrato. Con dei corollari: gli uomini di governo nipponici hanno il diritto-dovere di visitare il tempio di Yasukuni, i governi stranieri possono pensarne quel che vogliono, ma non hanno il diritto di interferire in un rapporto pubblico-privato interamente e tipicamente giapponese: non spetta alla potenza ex occupante stabilire quali anime di guerrieri debbano essere accolte in un tempio autogestito. Tanto meno hanno diritto governi di altri Paesi (come la Corea del Nord e la Cina, ma anche per esempio, le Filippine) di interferire per questo nello svolgimento della politica interna del Giappone, e tanto meno di compiere o minacciare rappresaglie diplomatiche o di altro genere. Come per sottolineare questo, Abe ha confermato che intende visitare al più presto la Cina e la Corea del Sud, i due Paesi più direttamente interessati: dunque Abe intende compiere egualmente le annunciate missioni diplomatiche a Pechino e a Seul (il Giappone non riconosce il regime comunista della Corea del Nord). Per quanto lo riguarda il caso è chiuso: egli andrà a Yasukuni se e quando lo riterrà opportuno, senza interferenze dall’estero.
Un linguaggio così esplicito non l’aveva mai tenuto neppure Koizumi. Evidentemente Abe ritiene che sia meglio affrontare subito il problema per poter così esaminare su un tavolo «sgombro» i problemi reali e attuali dei rapporti fra Tokio da una parte, Pechino e Seul dall’altra. La comunità internazionale, naturalmente, porterà avanti la diatriba, ma per Tokio si tratta di un problema da lasciare agli storici. Le prime reazioni sono ostili, come era da aspettarsi. Con particolare interesse verrà valutata, non soltanto a Tokio, la reazione americana. Abe scommette evidentemente di poterselo permettere. I suoi programmi prevedono il riarmo pieno di Tokio, che Washington tanto desidera. Bisogna vedere fino a quanto è disposto a pagare per ottenere un ausilio prezioso.