Gli aborigeni in rivolta Com’è dura l’eredità dei vecchi colonialisti

Un'epoca al tramonto: bianchi accusati di razzismo. Nel giorno della festa nazionale la premier australiana sfugge a fatica all’assalto di 200 dimostranti infuriati

Sospinta in tutta fretta dalla scorta dentro un’auto che è partita a gran velocità salvandola dalla furia di duecento aborigeni che picchiavano sulla carrozzeria urlando «razzista!». Julia Gillard, capo del governo laburista australiano, si è salvata così dall’irruzione di una folla di agitatissimi sostenitori dei diritti dei «nativi australiani» nel ristorante di Canberra dove ieri si celebrava l’Australia Day. Nella ressa, il capo del governo è caduta e ha perso, novella Cenerentola, una scarpa, ma ha salvato la pelle dai bastoni e dalle pietre che venivano minacciosamente branditi. Anche il leader dell’opposizione, il liberale Tony Abbott, se l’è cavata a fatica, infilando di volata una porta secondaria del ristorante.

L’obiettivo dei contestatori, in realtà, era proprio Abbott. Il quale aveva scelto la data che ricorda il primo sbarco dei coloni inglesi in Australia, avvenuto nel 1788, per chiedere la rimozione della cosiddetta ambasciata aborigena nella capitale Canberra, il precario accampamento fatto di tende e baracche che da quarant’anni viene usato per portare le istanze degli indigeni all’attenzione dei vertici politici nazionali. Questo ha fatto infuriare gli aborigeni, che sono un po’ gli indiani d’Australia e che come i loro cugini d’America vivono in gran parte in miseria e ai margini della società. Ridotti a rappresentare poco più del 2 per cento della popolazione (meno di mezzo milione di persone), sono soliti chiamare quello della festa nazionale «il giorno dell’invasione».

L’aggressione contro il premier di un Paese che ospita ancora il vessillo britannico nella sua bandiera e che riconosce la regina Elisabetta come capo dello Stato ha qualcosa di simbolico. Perché non sono momenti dei più tranquilli per i lembi più remoti di quello che fu l’impero di Sua Maestà, e a ben vedere nemmeno per quelli più prossimi a Londra. L’ira delle minoranze esplode di rado, ma con veemenza maggiore che in passato: è il caso, oltre che degli aborigeni australiani, dei maori neozelandesi, la cui grinta è stata resa celebre nel mondo dalla Haka, la loro tradizionale danza di guerra che la squadra nazionale di rugby inscena prima di ogni partita. Oggi i maori non fanno guerre, ma sempre più spesso si fanno sentire nei tribunali per ottenere riconoscimenti ufficiali e restituzioni di terre e beni. Ma perfino a Cipro, colonia inglese fino al 1960, nei giorni scorsi ci sono state accese proteste contro l’extraterritorialità delle due grandi basi aeree britanniche di Akrotiri e Dhekelia, senza dimenticare le perenni pressioni spagnole per il «ritorno alla madrepatria» dell’ultimo possedimento di Londra sulla terraferma europea, Gibilterra.

Un caso a parte, e di assoluta attualità, è rappresentato dalle isole Falkland, remoto territorio britannico nell’Atlantico del sud al largo delle coste argentine. Il rinnovato vigore con cui la presidente Cristina Kirchner s’impegna per riaprire la questione della sovranità sull’arcipelago che a Buenos Aires chiamano Malvinas è un altro aspetto del nuovo clima con cui si deve confrontare ciò che rimane del colonialismo di Londra. In altre parole il fatto che, a trent’anni esatti dalla guerra anglo-argentina per le Falkland, la Kirchner stia promuovendo una campagna internazionale di pressioni sul Regno Unito che comprende addirittura un blocco navale del Mercosur (la comunità economica sudamericana), sottolinea un fatto nuovo: a differenza che nel 1982, è Londra a essere isolata e non Buenos Aires. Che peraltro ignora apertamente il fatto che i tremila abitanti delle Falkland abbiano espresso con la massima chiarezza possibile la loro determinazione a rimanere ciò che sono dal 1833: sudditi di Londra per libera scelta.