Abramo Lincoln voleva deportare gli ex schiavi «neri» in Centroamerica

Altro che «Proclamazione dell’Emancipazione». Per i neri (anzi, per i niggers, cioè i negri) Abraham Lincoln, il presidente degli Stati Uniti passato alla storia proprio come paladino della pari dignità fra bianchi e coloured aveva in mente qualcosa di molto diverso: la «Proclamazione della Deportazione». Questa, in sintesi, la «bomba» contenuta in un saggio firmato dallo statunitense Phillip W. Magness e dall’inglese Sebastian N. Page: Colonization After Emancipation: Lincoln and the Movement for Black Resettlement. Esaminando alcuni documenti custoditi negli archivi nazionali di Kew, nei pressi di Londra, i due studiosi hanno scoperto che Lincoln aveva messo a punto un autentico piano di... colonizzazione al contrario da compiersi tramite l’invio di migliaia di neri nelle piantagioni di cotone e di canna da zucchero dell’Honduras e della Guyana Britannica, territori che oggi corrispondono al Belize e alla Guyana. Il contenuto di alcune lettere della Legazione Britannica a Washington scoperte negli archivi di Kew fa pensare, affermano gli autori, che lo schema ideato dal glorioso presidente della Guerra Civile non fosse un semplice espediente propagandistico per accontentare, almeno formalmente, gli elettori razzisti, come si era pensato fino a ora, ma un vero progetto politico ad ampio raggio.
Magness e Page sostengono che subito dopo aver annunciato la liberazione di tre quarti dei quattro milioni di schiavi con la storica «Emancipation Proclamation» del 1863, il presidente diede il via all’operazione, autorizzando in gran segreto i funzionari britannici a reclutare centinaia di migliaia di neri destinati a una vita in tutto simile a quella che forse s’erano illusi di poter abbandonare. E questo nonostante un primo «test» con la spedizione di 450 ex schiavi ad Haiti fosse in precedenza finito nel caos quando i nuovi coloni avevano cominciato a morire di vaiolo e di fame e i pochi sopravvissuti avevano dovuto essere evacuati. Dai documenti si ricava che Lincoln incontrò gli emissari inglesi e li autorizzò a entrare nei campi degli schiavi appena liberati per trovare nuove reclute. In particolare un documento mostra che uno degli agenti, John Hodge, assicurò l’ambasciatore britannico che era «il desiderio sincero di Lincoln che si vada avanti».
Tuttavia il piano per la colonizzazione di Honduras e Guyana Britannica fallì nel giro di pochi mesi, poiché gli inglesi temevano che gli Stati del Sud alla fine avrebbero vinto e quindi avrebbero intentato una causa a Sua Maestà per riavere gli schiavi liberati. Ma fino all’ultimo, cioè fino all’autunno del 1864, Lincoln aveva sperato di poter compiere... l’impresa. Lo rivela una lettera a lui indirizzata dal ministro della Giustizia, leggendo la quale si comprende come il presidente si stava adoperando per fare in modo che il trasferimento in massa degli ex schiavi potesse essere attuato nonostante il Congresso avesse tagliato i fondi.
E non è tutto. Il 16º presidente degli Stati Uniti d’America aveva anche preso in considerazione un altro «piano». Quello per liberarsi di migliaia di soldati neri dopo la guerra civile, mandandoli a Panama a costruire un canale. Tuttavia Page, docente al Queen’s College did Oxford, smorza i toni. Secondo lui le carte che sono alla base dell’inquietante saggio non dimostrano che Lincoln fosse razzista, visto che the President aveva sempre messo in chiaro che l’emigrazione avrebbe dovuto essere volontaria. «I neri - dice Page - erano stati linciati durante le sommosse a New York. Per questo temeva che l’emancipazione avrebbe scatenato gravi disordini razziali».