Ackroyd: "Il mio timido impiegato-scrittore"

Charles Lamb e Mary, la sorella pazza, sono i protagonisti del nuovo romanzo dello scrittore inglese

da Londra
Ci si poteva ben aspettare che Peter Ackroyd, gran cantore della città di Londra, dedicasse prima o poi un libro a Charles Lamb, l’autore dei Saggi di Elia, un londinese e “cittadino” quanti mai ve ne furono, e che per creare uno spaccato familiare e sociale degli ultimi anni del Settecento, ne facesse un romanzo storico, breve e tenero: I fratelli Lamb (Neri Pozza, pagg. 208, euro 15). È intitolato ai fratelli Lamb perché Charles è qui, come fu nella vita, indissolubile dalla figura della sventurata sorella Mary, e intorno a loro Ackroyd ha dato vita a una piccola folla di personaggi. Siamo venuti a trovarlo in occasione dell’edizione italiana del libro, ed egli, nel cuore della Londra elegante, ci accoglie alla porta del suo ordinatissimo appartamento minimalista, una casa sorprendentemente estranea a qualsiasi immagine evocata nella sua “biografia” di Londra (Frassinelli), la storia di una città come fosse un organismo vivente, con le sue leggi di sviluppo e di cambiamento, con i suoi odori, i suoi peccati, le sue glorie e le sue miserie, un crocevia di razze e di appetiti, una sorta di compendio del mondo. Dobbiamo forse considerare Charles Lamb, grande cronista di Londra, un compendio della Londra del suo tempo?
«Quando ho cominciato a scrivere il libro - dice Ackroyd servendoci urbanamente del vino bianco italiano - devo dire che non avevo in mente questo possibile aspetto, che ha preso consistenza invece nel corso del lavoro. Mi sono innamorato via via della Londra del periodo, compreso peraltro in quello più vasto della storia londinese che continua ad affascinarmi. Sul piano narrativo, non mi ero mai occupato di Charles Lamb, e sentendomi così coinvolto nelle faccende di quegli anni ho trovato naturale scrivere ciò che ho raccontato nel libro». Ricorderemo al lettore che il romanzo di Ackroyd si svolge nel breve torno d’anni che va dal 1794-95 alla fine del secolo, quando dunque Charles, dopo che il padre non lavora più, è poco più che ventenne, ha già la responsabilità della famiglia e fa l’impiegato all’East India Company, mentre la sorella, che ha dieci anni più di lui, manifesta segni di squilibrio. La madre, la signora Lamb, pare piuttosto imperiosa e schiacciante, specie con la figlia Mary. È forse da attribuire a questa situazione, a questo rapporto con la madre, l’attacco di follia che porta Mary ad uccidere la madre?
«Be’, devo dire che io non ho avuto alcuna intenzione di suggerire un simile assunto. In effetti, potrebbe essere andata come lei dice. Il quadro della situazione era probabilmente questo, ma, a parte la labilità psichica forse ereditaria in famiglia, l’unico fatto che abbia evidenza storica è che Mary prese un coltello e tagliò la gola alla madre. Non dimentichi che il mio è un romanzo: situazioni, gesti, battute, sono naturalmente immaginari».
Già, lo stesso Charles Lamb aveva avuto qualche problema, e trascorse alcune settimane al manicomio di Hoxton. E il padre, dopo aver perso il posto, s’era ritirato in casa, era diventato mezzo rimbambito, e Ackroyd pare abilissimo nel mettergli in bocca delle uscite che sembrano dei tronconi di nonsense alla Edward Lear... «Mi fa piacere che possano essere apprezzati in questo senso, ma, sia chiaro, il mio è un romanzo, io non so niente dei genitori Lamb».
L’understatement di Ackroyd su questo punto pare definitivo, e quindi conviene dirottarsi su un altro fronte, per esempio sul terzo personaggio fondamentale del libro, il giovanissimo e geniale William Ireland, figlio di un libraio antiquario, che inventa delle reliquie di Shakespeare, compresa un’intera commedia sconosciuta, Vortigern. «Oh, questa è realtà storica, non è mia invenzione romanzesca. Invenzione è eventualmente il collegamento di Ireland con Mary, piuttosto presa dal giovane. William Ireland è esistito nella realtà, ha creato il falso, e il Vortigern è stato rappresentato al Drury Lane, ingannando persino il vecchio Sheridan, prima di venir sconfessato. Il testo di Vortigern fu stampato e pubblicato, e se vuole può andarlo a vedere alla British Library».
In tutto il libro di Ackroyd, in effetti, il principale protagonista sotteso a tutta la vicenda narrata è proprio forse il teatro, che era la grande passione di Charles Lamb, il teatro vivente, forse la vita come teatro. È questa la chiave per capire anche I saggi di Elia? «Sì, è molto corretto quello che lei ha osservato a proposito dell’elemento teatro, ed era naturale peraltro che in un libro su cui aleggia di continuo il fantasma di Shakespeare, fosse proprio questo l’effetto».
Senza contare che Charles e Mary Lamb, nel loro sforzo comune di produrre per l’infanzia dei testi di un moralismo meno grossolano di quello vigente, comporranno di lì a poco i loro Tales from Shakespeare, i racconti tratti dai drammi di Shakespeare. Ma questa è un’altra faccenda, che accadrà più avanti, fuori dei tempi trattati dal suo libro... «Sì, i Tales from Shakespeare sono di qualche anno dopo, mi pare intorno al 1806 o 1807. Ma, tornando a Ireland, le interesserà forse sapere, a titolo di curiosità, che prima di scrivere I fratelli Lamb, avevo cominciato a scrivere una commedia su di lui, e l’ho portata avanti fino a un certo punto, e poi ne ho fatto niente».
Inutile esprimere rammarico, perché certamente, se Ackroyd l’avesse pubblicata, avrebbe aggiunto un altro tassello ai suoi vasti affreschi della storia di Londra e della Englishness. «Devo dire che la figura del falsario, del contraffattore, mi ha sempre intrigato, e non a caso, prima di occuparmi di William Ireland, ho scritto un libro su Chatterton, il più grande falsario del Settecento, anche lui, come Ireland, giovanissimo, un ragazzo, e capace di creare versi “medioevali” senza pari. Egli rappresentò forse la punta più avanzata di quell’antiquarismo inglese che tendeva non tanto a recuperare il passato, quanto a ri-crearlo».
Già, quel Chatterton di Ackroyd fu pubblicato in Italia da Longanesi, diversi anni fa, col titolo Il ragazzo meraviglioso. Ma, tornando a Charles Lamb, non pare ad Ackroyd che il peculiare humour dei Saggi di Elia, con le loro descrizioni di tipi caratteriali e di situazioni sociali, siano una sorta di reazione al romanticismo più totalizzante, agreste e lirico? «No, non direi che Charles Lamb si sia svincolato dal romanticismo. Insieme a Coleridge e a Wordsworth, che erano suoi amici, egli fa parte dello stesso clima, della stessa sensibilità romantica. Charles Lamb era semplicemente considerato un romantico che si esprimeva in prosa e nel saggio, con la contaminazione forse di una forma molto personale di nostalgia per il passato, certo più londinese che agreste. E questo è probabilmente ciò che di lui mi ha attratto in special modo».
L’equilibrio critico di Ackroyd cerca di evitare qualsiasi estremismo, anche lì dove bisognerebbe forse prender partito. Come che sia, Charles pare un personaggio unico, e non cessa di affascinare per la sua figura particolarissima, sia letteraria sia personale. Continuò a fare sempre l’impiegato, si prese cura della sorella che era stata affidata a lui, fu capace di staccare ogni giorno dal lavoro e, una volta a casa, di vestire i panni dello scrittore. È forse vero, chiediamo, che dopo essersi ritirato nel 1825 non scrisse praticamente più nulla? «Sì sì, fu proprio così, una cosa terribile! Pensi che, appena lasciato l’impiego, volle celebrare la libertà finalmente acquisita, e diceva, bene, adesso la mia vita è perfetta. Invece, pare che via via sia stato preso da una noia sistematica, come prima era stata metodica la sua laboriosità in ufficio e a casa. Insomma, è come se, per scrivere, avesse avuto bisogno della prigione giornaliera all’East India Company, per cui, ahimè, oziò, bevve un po’ troppo, frequentò amici, vagò per la città, e negli ultimi nove anni della sua vita non scrisse più quasi niente».