Ad Ariccia a caccia della porchetta delle bancarelle

Boschi rigogliosi, spalmati di chiazze variegate e tinteggiate da luci e ombre

Renato Mastronardi

Ci sono luoghi e paesi intorno a Roma dove la storia si è fermata e le leggende sono diventate di pietra. Pronte, però, a riproporsi, tramutate in leccornie di qualità e genuine come i vini di queste parti ed i piatti che sono la gloria più autentica di una cucina quasi unica al mondo.
Anche per la sua semplicità, ma robusta e popolare, capace di rievocare tempi e modi d’esigenti mangiatori e d’indiscussi intenditori di vini da «fraschetta». Uno di questi paesi è Ariccia che invoglia a tornare a frequentare i sentieri di una volta quando, per la tipica famiglia romana, andare «fuori porta» significava celebrare un rito domenicale o festivo condito di vino alla spina, d’arrosti pregiati, di porchetta affettata e odorosa di timo e di lauro.
Ariccia, che è legata ad Albano da quel «cordone ombelicale» che è il suo ponte (concepito dall’architetto Bertolini e che è più noto come il «il ponte dei suicidi»), vanta origini antichissime. Ai suoi tempi, Turno Erdonio, duce degli Aricini e capo della Lega Latina, fu ardito oppositore delle mire espansionistiche di Tarquinio il Superbo. Ma, con scarsa fortuna.
Perché Ariccia, alla fine della breve guerra, fu ridotta a Municipio romano nel IV secolo a.C., ma privilegiato e protetto fino a tutto il periodo della grande Repubblica. In seguito fu saccheggiata da Mario, quindi restaurata da Silla e, infine, dimesse le armi e le voglie guerriere, divenne un luogo di soggiorni preferiti dai Romani che qui «sostavano a godere il clima eccellente grazie ai boschi rigogliosi che la circondavano e tuttora la circondano».
Cosa c’è da vedere
Subito dopo il ponte che sovrasta uno dei più noti valloni dei Castelli Romani, il centro abitato si apre su Piazza della Repubblica, sulla quale si affacciano, dirimpettai gradevoli ed armonici, il Palazzo già dei Principi Savelli e, dal 1740, dei Chigi da una parte e, di fronte, la Chiesa dell’Assunta che papa Alessandro VII affidò alla cura ed alla creatività del Bernini.
Ma la gloria più vera ed autentica d’Ariccia sono i boschi rigogliosi, spalmati di chiazze variegate e tinteggiate da luci ed ombre che si succedono quasi sospese nell’aerea fissità di tempi che qui non si rinnovano, ma che conservano - perché ne furono testimoni - il ricordo dello sfortunato Aruna, figlio del re etrusco Porsenna: il suo esercito qui venne sconfitto da quello dei Greci di Cuma, guidati da Aristodemo.
La battaglia fu importante perché decretò la fine del dominio etrusco al sud del Tevere.
Da mangiare e da bere
Ad Ariccia le tipicità gastronomiche della zona diventano un’unità culinaria ed enologica di primissima qualità. Uguali sono i sapori dei primi piatti: fettuccine in tutte le salse. Sono superbi gli afrori e gli umori dei secondi, specialmente per quanto riguarda la cacciagione, le lepri ed il coniglio.
Tipico, invece, è il maialino giovane, arrostito e condito con erbe aromatiche: la famosissima «porchetta» che adorna e profuma le numerose e caratteristiche bancarelle dei venditori. La «porchetta» fa rima con «foglietta»: il vino è sempre quello, unico, ottenuto dalle uve di Malvasia, rossa o bianca di Candia, Trebbiano toscano, verde e giallo, con l'eventuale aggiunta di Greco e Malvasia del Lazio. Va servito, però, direttamente alla «cavola» per osterie, osteriole, cantine, cantinoni che, da queste parti, non mancano. Per fortuna!