Addio ad Alda Merini, poetessa di folli e Navigli

Aveva 78 anni ed era malata da tempo. Autodidatta, scoperta da
Spagnoletti, lanciata da Maria Corti, l’autrice della "Terra santa"
ebbe una vita segnata dal ricovero in manicomio. E da amori tormentati

Merini, come amava chiamarsi lei, omettendo il nome, si può ricordarla solo come se fosse viva. Perché quegli occhi infinitamente profondi erano l’essenza matta della vita. Alda, come con affetto la chiamavano gli altri, la si può ricordare sempre e solo come se fosse estate. Anche perché lei vi avrebbe detto indifferentemente, a seconda dei momenti, che l’estate è premonizione di vita o premonizione di morte.

E l’ultima volta l’abbiamo vista proprio quest’estate. Milano era calda, caldissima. Lei, Alda, era distesa in un letto con un insensato copriletto invernale in una stanza piena, piena di tutto. Non c’era più spazio per nulla. Non c’era spazio nemmeno sui muri. Su una vernice stanca che aveva il color della nicotina ogni centimetro era un numero. Qualcuno scritto con la penna, qualcuno scritto con il rossetto.

«Sono la mia agenda» diceva la Merini. «Così non si perdono. Sono comodi, si sa dove sono. E poi alcuni li so leggere solo io... Certo, però, quando andavo in giro e dovevo chiamare qualcuno non riuscivo... Mi dicevano: non ce l’hai l’agenda... E io dicevo: sì ce l’ho, ma l’ho lasciata a casa...». E poi rideva, una risata gutturale, allegramente stonata, una risata che si portava in groppa il peso di troppe sigarette. Sì, rideva, anche se nei necrologi se ne dimenticheranno tutti, rideva Alda Merini, la poetessa triste, la poetessa della pazzia. Quella che per anni è stata premiata, esaltata, rinchiusa, osannata o dimenticata a cicli alterni. Rideva perché i suoi occhi cilestrini non sentivano il peso del tempo. E il peso del tempo quegli occhi non lo sentivano perché, in quella strana casa, il tempo era relativo. Ha fatto irruzione, maligno, solo ora che lei non c’è più. Quando lei era, fuori c’era la Ripa Ticinese alla moda, pedonale e votata all’aperitivo. Dentro, superata la corte e salite le scale, c’era un posto che oscillava tra passato e futuro ignorando il presente. Le sigarette si accendevano e si spegnevano di continuo e anche la Merini si accendeva e si spegne con loro.

Solo la sua solitudine era sempre accesa, feroce e viva: «Mi sento sola, sai, d’estate uno vorrebbe un vicino. Sì, vorrei un vicino anziano che resti qua anche lui... Qualcuno con cui parlare. Sono sola». E poco importa che il campanello suonasse spesso, che la gente venisse a visitarla da lontano, come si va in visita da una Pizia, da una Sibilla dei versi.

«Ma no, non la visita cretina... L’anziano... ha bisogno di un dialogo vero, di insegnare quello che sa, non di un atto di carità... Gli anziani sognano ma a chi li raccontano i sogni...». Perché anziana ormai si sentiva senza infingimenti, senza belletti. «Figurati, io voglio stare qui. Voglio stare qui, da qui all’eternità, da qui alla camera da letto». Avrebbe volentieri rinunciato ai versi, così diceva, ma forse era solo una delle sue finte folli e vezzose: «Sì, qualcosa scrivo... qualcosa... Me la chiedono... Sai in quanti. Alda mi fai una poesia, mi fai un cantico... Adulazione tanta... Compagnia poca... Ma il cantico dovrei farlo al padrone di casa e magari all’idraulico se mi riallaccia il tubo del gas». In effetti, l’idraulico era una questione grossa. Una delle poche che le importasse ancora. Il gas era l’ultimo modo rimasto per accendere le sigarette: «Tutti questi accendini con la sicura per bambini... In realtà è la sicura anti-Merini, non riesco più ad accendere niente... In vacanza per i bambini... Gli accendini per i bambini... Tutto per i bambini... E io non posso avere nemmeno un vicino anziano che resti qui anche lui...».

Lei era viva e quindi conscia della morte, le importavano quindi solo le cose piccole della vita, le cose piccole che sono un verso anche se non finiscono su carta. Inutile parlarle del comitato per il Nobel, di riconoscimenti o premi. Li considerava molto più irrilevanti della cornucopia d’argento con i confetti che qualcuno le aveva inviato per un matrimonio. «Me li mandino i premi, con un milione di euro non si compra amore, attenzione... Ti dimenticano anche quando ti ricordano...». Accettava di avere persone accanto, ma per pazienza, accettava di essere una icona ma quasi per sbaglio («Piaccio molto ai gay... Gente che non vuol baciarmi»). Ma in realtà avrebbe voluto una cosa sola: infrangere un muro che solo lei, Alda, sembrava vedere, un muro che la separava dagli altri. «Milano è la mia casa, ma non è davvero più quella di una volta, sembra il paese dei balocchi. Ormai mi piace solo di notte. Il Duomo di notte è bellissimo, il Castello Sforzesco di notte è bellissimo... Io non esco ma lo so... Di notte sogno, l’ho gia detto?». Ma cosa sognava: «Ragazzi bellissimi... Che mi baciano... Peccato che quando mi sveglio non ci sono più, mentre le bollette invece sì... Sai che il Magnificat l’ho scritto ispirata da un carpentiere... Era bellissimo, mi ha dato l’idea dell’angelo». Le ho chiesto se era quel Magnificat: «Sì, quello che Wojtyla teneva sul comodino, lui era grandissimo, umano, uno splendido Pontefice... La sua malattia quanto mi ha fatto soffrire... Ormai penso spesso alla morte... Mi chiedo come mai la vita si risveglia ogni mattina portandosi dietro una Merini che preferirebbe morire nel sonno... Ma non è la morte, è la vecchiaia il problema... Non il morire, ma il morire sola come un cane».

Ora se ne è andata davvero ed è difficile dire se nel farlo si sia sentita ancora sola o, forse per la prima volta, abbia sentito l’abbraccio delle cose, quello che anche il verso più bello non può racchiudere.