Addio all’architetto dell’antimodernismo

Puntava a una progettazione libera da eccessi intellettualistici. Famosi gli interventi a Urbino

Un singolare destino ha disposto che la grande e bellissima mostra (è noto quanto sia problematico allestire un’esposizione di architettura capace di coinvolgere non soltanto «gli addetti a lavori», obbiettivo in questo caso raggiunto) che la Direzione generale per l’Arte e l’Architettura Contemporanee ha appena dedicato a Giancarlo De Carlo, si trasformasse da un omaggio all’ultimo «grande vecchio» dell’architettura italiana, in un bilancio conclusivo della sua lunga, intensissima attività di progettista e di teorico.
Alla vernice della mostra, inauguratasi martedì scorso presso il MAXXI di Roma, De Carlo non era presente. Gravemente ammalato e vicino a quota novanta (era nato a Genova nel 1919), all’architetto, mancato ieri a Milano, non è stato concesso di assistere alla pubblica consacrazione della sua opera appassionata e talvolta scomoda.
In una diffusa accettazione del ruolo demiurgico dell’architetto, De Carlo - che aveva affiancato a quelli di architettura studi di ingegneria - sosteneva invece l’importanza fondamentale della fase successiva a quella della progettazione, ovvero del «collaudo» operativo da parte dell’utente dell’edificio o di una sua determinata porzione. Proprio da qui nasce una realizzazione come il Villaggio Matteotti a Terni (1971-74). L’architettura - sosteneva con apparente paradosso - è troppo importante per essere abbandonata agli architetti.
Questa posizione ispirò le scelte, non solo teoriche ma anche operative, di De Carlo fin dai suoi esordi professionali; basti pensare al suo articolato atteggiamento nei confronti del Movimento Moderno, in cui riconosceva pubblicamente il fondamento delle proprie scelte culturali (del resto, il suo primo volume era stato un’antologia di scritti di Le Corbusier), ma di cui altresì sosteneva la necessità di un ritorno alle origini, capace di liberarlo da un eccesso di astrazione intellettualistica, di recuperarne le iniziali valenze sociali. Rientra in questa tensione pure l’interesse di De Carlo per l’architettura spontanea, cui dedicò un’importante mostra nell’ambito della Triennale milanese del 1951, che ha continuato a suscitare polemiche fino ad un recentissimo passato (basti pensare alla presa di posizione di Bruno Zevi nella sua Storia e controstoria dell’architettura in Italia).
Ma indubbiamente la parte centrale della sua opera consiste nell’architettura costruita: fondamentali, in particolare, sono le realizzazioni per l’Università di Urbino, incarico cui era stato chiamato, già nel 1948, dal mitico rettore Carlo Bo. Ecco le case per i dipendenti dell’Università (1951-55), i dormitori per studenti (1962), la sede della facoltà di Magistero (1968-76), e di quella di Economia (1986). Della realtà urbana della splendida città marchigiana, De Carlo fu considerato a lungo l’illuminato interprete e difensore: ne elaborò in due versioni il piano regolatore (1958-64 e 1986) e ne progettò pure la sede dell’Istituto d’Arte. Il tutto con ammirevole attenzione all’aspetto dell’inserimento nel paesaggio e nella città antica.
Tuttavia furono le proposte più recenti di sistemazione del tessuto storico di Urbino, in immediata vicinanza con il Palazzo Ducale, ad attirare non poche critiche. Fu soprattutto grazie alle realizzazioni urbinati che De Carlo si acquistò una larga fama come esperto di primo piano di architettura per l’educazione, consacrata da importanti incarichi internazionali, come quello per l’Università di Dublino, che l’architetto genovese ideò, offrendo una interpretazione del tutto innovativa del campus di tradizione anglosassone, ovvero dei vari corpi residenziali e di servizi attestati su un elemento centrale, destinato alla viabilità e ai collegamenti.
Di grande rilievo anche le realizzazioni per la città di Siena, in particolare per le nuove Facoltà e il centro sportivo universitario, e il progetto per la sistemazione di piazza Matteotti (1988). Tra gli ultimi progetti, va rammentato quello per le nuove porte della Repubblica di San Marino (1993-95).
Del resto, De Carlo, intellettuale di sicure aperture internazionali, affiancò all’attività progettuale un’intensa azione di docente (all’IUAV di Venezia, a Yale, al MIT), e la partecipazione a movimenti prestigiosi, come i CIAM e, unico italiano, al Team X.