Addio Kapuscinski l’Erodoto del ’900

Nel dopoguerra lasciò a 20 anni la Polonia per girare il mondo come inviato: l’inglese fu la sua lingua franca. Pochi come lui seppero raccontare guerre e colpi di Stato

«A vent’anni il polacco Ryszard Kursali Kapuscinski si ritrovò scaraventato in India con l’ambiziosa qualifica di inviato. Non era mai uscito dal suo Paese, non conosceva nessuna lingua straniera, erano gli anni dell’immediato dopoguerra, la «cortina di ferro già in funzione, l’Europa orientale un concentrato di sospetti e timori in cui la libertà di stampa era ritenuta un pregiudizio borghese, la circolazione dei libri e delle idee un pericoloso lusso intellettuale. Ciò che il giovane Ryszard voleva era «varcare la frontiera»: non gli interessava una frontiera in particolare, non sognava l’Occidente, non smaniava per una capitale importante. L’unica cosa che contava per lui era «essere altrove». Fu accontentato.
In viaggio con Erodoto, (edito in Italia da Feltrinelli) è il racconto di come Kapuscinski divenne quello che fino al giorno della sua morte è stato, probabilmente, il miglior reporter-scrittore in circolazione, autore di saggi che spaziano dall’Africa all’America Latina, testimone della caduta del Negus, del colpo di Stato in Algeria, ai tempi di Ben Bella, della fine dello Scià, della dissoluzione dell’Unione sovietica...
Condannato in qualche modo dal Paese d’origine e dal regime in cui si trovò a crescere Kapuscinski riuscì ad evaderne con una spericolata capriola intellettuale all’indietro, un tuffo nel passato che gli permetteva di tenere il presente con tutto il suo corteo di dittatura, censura, propaganda, a debita distanza. Erodoto, il grande storico dell’antica Grecia, fu infatti il suo mentore, la sua guida e il suo esempio. Così come questi aveva usato la lingua franca della sua epoca, il greco, appunto, per muoversi in territori a lui ignoti, il suo emulo polacco si diede allo studio solitario e disperato della lingua franca, l’inglese, che il suo tempo gli offriva. Nello stesso modo in cui il primo allineava le fonti, riportava i giudizi, comparava, così il secondo si dedicò alla ricerca di informazioni al contatto con la gente, allo studio degli usi e dei costumi dei popoli nei quali via via si trovava immischiato.
Il lavorare per un’agenzia di stampa gli permise di separare la notizia dal commento, di fare emergere l’asetticità lasciando che la comprensione dei fenomeni e degli uomini andasse a ingrossare taccuini di appunti che in seguito sarebbero divenuti libri. Cercando, come Erodoto, di essere un cronista, Kapuscinski evitò fin dove e come poté le insidie del giornalismo partigiano e ideologicamente orientato. Coltivando in proprio l’ambizione dello storico, grazie a essa poté nel tempo ritornare su argomenti e temi tabù e renderli con uno stile espressivo di tutto rispetto e una profondità di analisi invidiabile.
Una spericolata capriola intellettuale all’indietro, abbiamo detto. È stato lo stesso Kapuscinski a spiegarcela, rifacendosi a un passo di T. S. Eliot. «Nella nostra epoca - scriveva quest’ultimo - in cui la gente tende sempre più a confondere la saggezza con il sapere e il sapere con l’informazione, e in cui si cerca di risolvere i problemi esistenziali in termini meccanicistici, nasce un nuovo tipo di provincialismo che merita un nome nuovo. È un provincialismo relativo non allo spazio bensì al tempo, che considera la storia una pura e semplice cronaca degli accorgimenti umani i quali, una volta compiuta la loro funzione sono finiti nella spazzatura», un provincialismo secondo il quale il mondo «è una proprietà esclusiva dei vivi dove i morti non detengono quote di mercato».
Il provincialismo del tempo è sempre stato quello contro cui Kapuscinski si è battuto, l’idea cioè che soltanto l’oggi serva e spieghi ciò che succede, comprimendo e annullando così la storia e quindi la vita. Al contrario, sapere ciò che è stato, non accontentarsi di ciò che si ha di fronte, permette non solo di riannodare i fili della storia, ma di uscire dalla dittatura dell’hic et nunc che è una dittatura non solo intellettuale ma anche ideologica, tesa cioè a valutare l’agire umano in funzione del potere costituito in quel momento vigente.
In pratica Kapuscinski riuscì ad evadere dalla prigione del socialismo reale e della sua visione del mondo avendo ben chiaro il fluire della storia con le sue ripetizioni e le sue digressioni, i salti e le fasi di stallo, le miserie e le grandezze umane, le inutili crudeltà e i gesti di eroismo e di compassione. Conoscere ciò che era stato gli impedì di fossilizzarsi su ciò che era e di pensare che solo nel presente si esaurisce la sua umanità.
Diceva Kapuscinski che ossessionati dall’idea del villaggio globale, tramortiti dall’eccesso di informazioni, cloroformizzati dallo strapotere delle immagini abbiamo via via perduto l’idea che il racconto di quanto accade intorno a noi possa ancora avere un senso e un significato. Nell’illusione di conoscere tutto non ci rendiamo conto che in realtà sappiamo veramente molto poco, nella pretesa che il mondo sia a portata di mano ci sfugge la complessità del mondo stesso. Ogni sconvolgimento, ogni cambiamento, ci coglie così impreparati, avendo deciso che nulla può più stupirci, in realtà finiamo ogni volta preda di uno stupore che cerchiamo di esorcizzare sulla base di idee ricevute, stereotipi, interpretazioni di comodo.
Al contrario, soltanto il racconto di ciò che intorno a noi si svolge è ancora in grado di darci, se non una interpretazione, una rappresentazione di quanto ci circonda. E la forza evocativa della parola scritta è ancora l’unica in grado di trasmetterci quelle emozioni durature che la potenza visiva delle immagini non riesce a eguagliare. Certo, perché ciò accada è necessaria una qualità di scrittura alta, laddove all’immagine basta una fotografia fedele dell’avvenimento. «Scrivere - diceva Kapuscinski - sembra una occupazione facile. Chi la pensa in questo modo dovrebbe tener presente la frase di Thomas Mann secondo il quale “lo scrittore è un uomo a cui scrivere riesce più difficile che agli altri”».