Addio a Ligieti, il musicista amato da Kubrick

Filippo Facci

L’ultima cosa che avevi pensato, ieri, col sole dolcemente calante, coi rumori di cena e di tv prima della partita, era di dover arrabattare un pezzaccio celere e bruttarello sulla morte del grandissimo Gyorgy Ligieti. Era sera e lo hai appreso gelidamente da chi oltretutto aveva la legittima necessità di chiudere una pagina di giornale prima che facesse notte, l’hai poi messo a fuoco squallidamente attraverso un dispaccio d’agenzia che recitava proprio come temevi, anzi peggio: «Vienna. Gyorgy Ligieti è morto oggi in Austria a 83 anni. Fra i massimi compositori di musica strumentale del ventesimo secolo, è noto al grande pubblico soprattutto perché un suo brano venne inserito nella colonna sonora del film di Stanley Kubrick 2001 Odissea nello spazio». Maledetti. Come dire che Beethoven è noto al grande pubblico perché hanno infilato la sua Nona in Arancia meccanica, ma dovevi metterlo nel conto, e forse è giusto così. A parte il fatto che i brani di Ligieti presenti nei film di Kubrick non sono uno ma svariatissimi, e a parte la querela che Ligieti fece a Kubrick che aveva missato un suo brano (Atmospheres), la ricorrente associazione tra il compositore e il regista un senso compiuto in fondo ce l’ha. In Kubrick le sequenze aderiscono alla musica in maniera fisiologica, fatale, come se l’immagine fosse solo successivamente ricamata attorno alle cadenze e non viceversa. La versione originale di 2001 Odissea nello spazio iniziava con tre minuti di schermo buio e con le note di Atmospheres che invitavano il pubblico a decomprimersi dalle piccole miserie della giornata appena trascorsa, dal parcheggio, dalle code, le piccole odissee dello strazio. Lo spazio e il tempo, che in Kubrick e in Ligieti sono un tutt’uno, ti lasciavano attonito in un silenzio che al cinema moderno non è mai appartenuto, e che forse, osiamo, sarebbe piaciuto a Richard Wagner. Milioni di profani si sono avvicinati alle suggestioni atonali di Gyorgy Ligieti grazie a film che hanno fatto per la musica contemporanea più di miriadi di rassegne ridondanti i soliti Luciano Berio e Luigi Nono, e se è vero che l’uomo d’Occidente ha un disperato bisogno di altezza e di turbamento, le immagini di 2001 restituiscono il giusto grado di angoscia e di affinamento intellettuale, sicché a un pari grado di trauma si pose l’ascolto di Lux aeterna (1966) e del Requiem (1963­1965) oltreché la Musica ricercata (1951-1953) usata da Kubrick nel suo ultimo Eyes Wide Shut. «Un cinema di geniale ispirazione ­ ha scritto Quirino Principe - è degno della grande musica del nostro tempo, e la musica contemporanea può trasmettersi persuasiva non meno di quella della grande tradizione». Ligieti era un magiaro transilvano mezzo romeno e draculeo esattamente come Bartok, altro celebre compositore di zona. Nacque lunedì 29 maggio 1923 nell’impronunciabile Dicsoszentmàrton (la località si chiama Tarnaveni da quando la Transilvania appartiene alla Romania) ma per fortuna scansò gli etnomusicologi e fece in tempo a incappare nelle neoavanguardie, insomma rimase libero dai ricatti del populismo folclorico e dell’avanguardia intesa come ideologia. Ragione essenziale della sua grandezza è soprattutto la felice libertà con cui riconobbe la lezione dei maestri e respinse la tirannide dei padroni. È anche per questo che al di là della nostra personale opinione ­ che considera Ligieti il più grande punto e basta ­ il compositore viene considerato con Stockhausen e Boulez e Nono tra i più grandi compositori di musica d’avanguardia nel secondo Novecento. Musica che lui ha descritto così: «Suscita l’impressione di un fluire senza inizio e senza fine. Vi si ascolta una frazione di qualcosa che è iniziato da sempre e che continuerà a vibrare all’infinito. Tipico di questi componimenti è il non avere cesure che l’idea di flusso non consentirebbe. Formalmente questa musica si presenta come un’entità statica. Risulta immobile, ma solo in apparenza; all’interno di quel permanere, di quella staticità, vi sono impercettibili modificazioni che mi fanno pensare alla superficie di un’acqua nella quale si riflette un’immagine. Ora la superficie s’increspa lievemente e l’immagine scompare, ma molto lentamente. Quando la superficie torna a essere liscia vi scorgiamo un’altra immagine». Ligieti tendeva a parlare entusiasticamente solo di musica, ma non che la sua fosse una biografia da poco. L’infanzia e l’adolescenza in Transilvania, il lavoro coatto nell’esercito ungherese durante la Seconda guerra mondiale, gli anni di conservatorio a Budapest, la fuga in Occidente. La sua educazione era stata interrotta nel 1943 quando, da ebreo, fu costretto ai lavori forzati dai nazisti. Nello stesso periodo i suoi genitori e suo fratello e altri parenti furono deportati ad Auschwitz. Sopravvisse solo sua madre. Nel 2004 è uscito un bellissmo libro-intervista a Ligieti (Lei sogna a colori? Alet Edizioni) ma certi aspetti della sua vita vengono solo sfiorati, come appunto il dolore e la rabbia inestinguibile per la deportazione della sua famiglia e l’assassinio del fratello. «Qui è bene che mi interrompa» dice Ligieti nel libro dopo aver rievocato la sua fuga avventurosa dall’esercito ungherese e il ritorno a casa, a Cluj, nell’ottobre del 1944. Dal 1945 studiò composizione e teoria della musica a Budapest, da dove dopo la rivolta del 1956 fuggì a Vienna portando con sé soltanto alcuni spartiti e una borsa. Qui, in Austria, Ligieti entrò finalmente in contatto con l'avanguardia da cui era rimasto isolato in Ungheria: poté dunque incontrare Karlheinz Stockhausen e altri pionieri della musica elettronica con cui lavorò nello stesso studio a Colonia. La sua opera divenne in quel periodo sempre più conosciuta e rispettata. Le sue più note composizioni abbracciano il periodo che va da Apparitions (1958-9) a Lontano (1967) sebbene la sua ultima opera lirica, Le Grand Macabre (1978) sia pure molto famosa. Ora, a 83 anni, è morto. Un portavoce della sua casa discografica, la Schott Music, ha spiegato che è classicamente avvenuto dopo una lunga malattia, e in parte era presumibile, giacché sin dagli anni Ottanta sopportava i problemi di una cattiva salute che aveva rallentato notevolmente la sua produzione. Ai seguaci più profani, a coloro che l’hanno conosciuto solo attraverso i film di Kubrick, piacerà immaginarlo dalle parti di Giove, Oltre l'infinito, sospeso nella propria Lux aeterna.