Addio a un mito: così a Saint-Tropez l’eleganza vip è affogata nel lusso di massa

"Inventata" dagli americani, la Costa Azzurra è stata per decenni il set
del bel mondo. I pittori la scoprirono, l'esistenzialismo la lanciò e Brigitte Bardot la rese immortale. Ma ormai nemmeno la nostalgia è più quella di un tempo

La Costa Azzurra fu un’invenzione degli americani. Negli anni Venti del Novecento, prima Cole Porter, musicista di genio, e poi Gerald e Sara Murphy, miliardari con la passione delle arti e degli artisti, fecero quella che qualcuno definì in seguito «la rivoluzione d’estate». Il primo affittò per l’intera stagione del 1921 lo Château de La Garooupe a Cap d’Antibes, i secondi convinsero l’anno dopo in manager del locale Hôtel du Cap ad aprire solo per loro da giugno a settembre, con una cuoca e una cameriera per le faccende domestiche... Fino ad allora, «nessuno che fosse qualcuno» come scrisse Elsa Maxwell per rendere meglio il senso di quella rivoluzione, «veniva avvistato nel sud della Francia durante luglio e agosto»...

Il Mediterraneo era ritenuto un mare interno, caldo perché stagnante, e d’estate la villeggiatura degli happy few, i pochi felici dell’aristocrazia di sangue e di censo, francese e anglosassone, tedesca e russa, si faceva sulle isole del Canale della Manica o sulle coste dell’Atlantico. In Lasciami l’ultimo valzer, Zelda Fitzgerald, la moglie bella e pazza dell’autore del Grande Gatsy, racconta di come sui transatlantici che collegavano gli Stati Uniti all’Europa, i viaggiatori esperti mettessero sull’avviso i novizi riguardo ai pericoli che li attendevano: «I loro bambini avrebbero preso il colera, gli amici sarebbero stati morsicati a morte dalle zanzare francesi, da mangiare avrebbero avuto solo carne di capra e niente ghiaccio nei liquori».

Di questa «invenzione», quella che della Costa Azzurra sarebbe divenuto il compendio e l’epitome, Saint-Tropez, fece un utilizzo tutto suo, squisitamente francese. L’avevano scoperta per primi i pittori, Signac, Matisse, Dunayer de Segonzac, che si ritrovavano al bar dell’Hôtel Sube, dove adesso c’è il Café de Paris. Poi era stata la volta della scrittrice Colette e della regina dell’operetta Mistinguette, dei registi Julien Duvivier e René Clair. È di quest’ultimo, nel 1941, il primo film tropézien, Le soleil a toujours raison, con Tino Rossi e Micheline Presle. Venne girato a La Ponche, «la punta», il quartiere dei pescatori abbarbicato sulla città vecchia che sovrasta il porto. La Ponche era anche il nome dell’unico bar aperto lì, proprio dove «la punta» andava a incontrare il mare, e alla allora proprietaria, Marguerite Armando, il regista propose di fare da controfigura della bella attrice protagonista. «Rifiutò, ma la proposta la inorgoglì» ricorda la figlia Simone, che oggi è alla guida dell’albergo che di quel bar ha preso il posto, un gioiellino che è un po’ l’essenza stessa di Saint Tropez.

Sì, perché è sempre a La Ponche, come quartiere, come luogo e come ritrovo, che nel dopoguerra arrivano da Parigi gli «esistenzialisti», anche se nessuno di loro sa bene cosa questa definizione significhi. Si chiamano Juliette Gréco, Boris Vian, Daniel Gélin, Pierre Brasseur, sono attori, musicisti, scrittori, cantanti, lo ribattezzano Saint-Tropez-des Prés, lo trovano magico, come scriverà la Gréco, «per bere, ballare, nuotare, dormire al sole e fare l’amore». È di Vian il suggerimento ai genitori di Simone, di aprire un locale notturno adiacente al bar. Il Club Saint-Germain-des Prés La Ponche apre i battenti nel 1949: Boris suona la tromba, Mouloudji la chitarra, il negro americano Don Byas il sassofono, il gitano Pata le batterie... Ci vanno Eluard, Sartre, Picasso, Annabelle Buffet...

Negli anni Cinquanta, come ricorda ancora Simone, che della storia del suo albergo è giustamente fiera, tanto da averci scritto sopra un libro (Hôtel de La Ponche. Un autre regard sur Saint-Tropez, Le Cherche Midi Editore) La Ponche e con lei Saint-Trop entrano definitivamente nella leggenda. Succede che, più o meno contemporaneamente, il vecchio bar diviene un albergo, la giovanissima Françoise Sagan, che del primo era cliente e nel secondo farà il viaggio di nozze, si ritrova scrittrice di successo, Roger Vadim gira proprio a «la punta» Et Dieu créa la femme, il film che fa di Brigitte Bardot la nuova divinità da adorare, quella stessa Brigitte che pochi anni prima, ancora ragazzina, «veniva al mattino presto, con i genitori, a divorare le tartine di pane abbrustolito di mia madre»...

Il resto è storia d’oggi, anche se sancita da altri decenni, i Sessanta e i Settanta, gli Ottanta e i Novanta... Dei primi fanno parte la serie cinematografica dei Gendarmes de Saint-Tropez, con il grande Louis De Funès, ma anche La piscina, con Romy Schneider e Alain Delon; dei secondi, il «matrimonio del secolo» in municipio di Mick Jagger e Bianca Perez, ma anche il successo clamoroso del Vizietto: Le Bal, il Papagayo, L’Esquinade, le Caves du Roi sono i locali che si incaricano di trasformare la finzione del film con Tognazzi e Serrault in realtà...
Certo, è cambiato tutto o quasi e del resto, come diceva Simone Signoret, «nemmeno la nostalgia è più quella di un tempo»... Sénéquier, che era un buon bar, è divenuto una terrazza di lusso, Le Gorille ha perso il suo charme, il turismo, di massa e no, si è fatto insopportabile, Gunther Sachs si è sparato pochi mesi fa e un’altra B.B. non ci sarà mai... Solo La Ponche, l’albergo, intendo, è rimasto più o meno lo stesso, pur se Simone lo ha ammodernato e ingrandito, diciotto camere al posto delle otto che lo tennero a battesimo. Alle pareti adesso ci sono i bei quadri di Jacques Cordier, il marito pittore morto troppo giovane in un incidente di macchina, e dalla finestra della camera 19, quella di Françoise Sagan, vedi la stessa piccola spiaggia di mezzo secolo fa, e «lo stesso mare, lo stesso blu, lo stesso rosa, la stessa felicità» che vedeva lei, prima che la vita le presentasse il conto.