Addio a Nam June Paik il padre della video-arte

Nato a Seul nel ’32, fu il primo a intuire la potenzialità artistica dell’elettronica

Erano i primi anni ’60, ovvero mezzo secolo fa, quando la videoarte emise i primi vagiti grazie alle diavolerie di un eclettico artista coreano che si divertiva a giocare con i tubi catodici e accatastava televisori antidiluviani per realizzare totem tribali. La passione sfrenata di Nam June Paik per i media non si è smentita neppure alla sua morte, avvenuta ieri a New York a 74 dopo una lunga malattia, e annunciata direttamente dal suo sito internet. Considerato un monumento simbolo dell’arte contemporanea, Paik appartiene alla generazione che, soprattutto in Germania, mise in discussione il concetto stesso di opera d’arte per privilegiare l’azione creativa finalizzata a se stessa. Decisivi, in tal senso, furono gli incontri con il musicista John Cage, il «guru» Joseph Beuys e soprattutto George Maciunas, il fondatore del gruppo Fluxus il quale, nei primi anni '60, lo iniziò al mondo delle avanguardie artistiche newyorkesi fatte di happening e film d’artista.
Proprio nella Grande Mela, l’artista coreano incontrò Allan Kaprov, Yoko Ono, Philip Corner, Sylvano Bussotti e altri artisti che fondavano la propria ricerca sul linguaggio dei mass media. Paik rimase letteralmente affascinato dalla politica dei Fluxus che, primi tra tutti, utilizzavano mezzi espressivi diversi, dalla musica, alla fotografia al video. Per lui la folgorazione fu l’incontro con l’affascinante violoncellista Charlotte Moorman che divenne ben presto un personaggio simbolo della scena artistica sperimentale di quegli anni a New York, e che con Paik diede vita a un lungo sodalizio fatto di performances, video, fotografie e installazioni; come Venice Gondola Happening, opera realizzata per la Biennale veneziana del 1966.
Mentre la bella Charlotte si dedicava a un’infinita variazione di interpretazioni musicali e gestuali, Paik approfondì l’affascinante mondo dei media, in particolare la televisione, sovvertendone il linguaggio, i contenuti e la tecnologia. Paik si spostò freneticamente tra New York e Berlino, Parigi e Londra, vivendo in prima persona il concetto di mobilità come stimolo alla vita che non lo abbandonerà mai. Nel suo viaggio creativo all’interno della tecnologia, restò memorabile l’installazione di tredici tv presentata alla Galleria Parnasse di Wuppertal 13 TV: 13 distorted TV sets, una performance in cui si mescolavano pianoforti preparati e rovesciati, diversi oggetti sonori come pentole, chiavi, un manichino femminile disarticolato in una vasca da bagno e una testa di toro grondante sangue. A questi si aggiungevano tredici televisori che riproducevano altrettante differenti immagini distorte e deformate, astratte, statiche ma vibranti di luce.
Un anno dopo la Sony lanciò sul mercato «Porta Pack», la prima telecamera amatoriale portatile. L’evento permise a Paik di sperimentare una nuova sintesi di ripresa buttandosi a capofitto nella sperimentazione. Paik lavorò anche in Italia e rimasero famose le sue installazioni a Asolo nel 1991 e a Roma al palazzo delle Esposizioni nel 1992.