Addio a Umbral, scrittore onnivoro e profondo

L’improvvisa scomparsa di Francisco Umbral, Premio Cervantes 2000, lascia un vuoto profondo nella cultura spagnola, poiché lo scrittore è stato allo stesso tempo un grande romanziere e un grande giornalista, sempre presente, dal 1990, sulle colonne del Mundo. La popolarità di Umbral è legata alla sua autorevole attività di polemico commentatore della vita del Paese.
Lo strumento migliore di Umbral era la ricchezza del registro lessicale, che utilizzava infrangendo i limiti imposti dai vari generi, passando dal racconto al diario, al saggio, all’articolo. Nonostante l’apparente dispersione e varietà delle scelte operate, esistono alcune costanti nella sua opera: una prosa ricca e variata, frutto di un evidente processo di elaborazione e invenzione, fondato su un vastissimo vocabolario lessicale e su originali ricorsi espressivi; ancora, una tipologia tematica che affronta il mondo dell’infanzia (Memorias de un niño de derechas, 1972), o l’erotismo (Tratado de perversiones, 1977, La fábula del falo, 1975) o il contesto umano e sociale di città come Madrid (La noche que llegué al Café Gijón, 1977), oppure ricostruisce la vita di personaggi della letteratura o della politica spagnola (José Larra, Federico García Lorca, Ramón Gómez de la Serna, Tierno Galván). Al carattere onnivoro della sua prosa non sfugge neppure il motivo del feticismo o l’esperienza del dizionario, che egli scrive sovvertendo i caratteri classici del suo genere attraverso l’impiego di un lessico ironico e pungente. Come avviene con il suo Diccionario de Literatura (1995), dove l’autore confessa: «In questo dizionario c’è di tutto, è la rivolta del libro contro l’autore, una cosa pirandelliana in un signore come sono io che non frequenta per nulla Pirandello».
Il tono narcisistico delle sue parole potrebbe dare un’immagine riduttiva dello scrittore, visto più come un compiaciuto istrione della lingua che come un grande innovatore della parola. In realtà Umbral appartiene alla razza degli scrittori critici e fustigatori del costume. La sua scrittura è ribelle, bruscamente sincera, amorale più che immorale, poiché proviene da una visione amara e concreta della realtà: una scrittura che è sorretta da un intimo convincimento che guarda a un modello ideale di mondo futuro in contrasto con l’odierno. Della sua vasta produzione vogliamo ricordare il romanzo Mortale e rosa, elogiato dalla critica, l’unico tradotto in Italia (Jaca Book, 1997). Il racconto è una riflessione dolente davanti alla morte e al senso tragico che incombe sulla vita umana. Anche qui troviamo una lingua corposa, così come voleva l’autore: «Che la lingua torni ad essere voluttuosità, scoperta, frutta, e non dizionario».