Addio al vecchio Tony Scott: «siculo» che suonò con Billie Holiday

Nato in New Jersey il suo vero nome è Anthony Sciacca. Versatile al sax tenore, fu maestro del clarinetto moderno. Da anni viveva a Roma

Sembrava avesse il dono dell’ubiquità. Lo avvistavi, improvviso e inatteso, nei luoghi più disparati e lontani: bastava che ci fosse buona musica. L’alta figura di Tony Scott, vestito quasi sempre di nero, si materializzava dal nulla fra le quinte del palcoscenico, reggendo in braccio uno dei suoi strumenti, il clarinetto o il sassofono tenore, oppure tutt’e due. Ascoltava assorto e bisbigliava il suo parere con gli amici che aveva in ogni parte del mondo. Alla fine, se c’era la possibilità - e spesso anche se non c’era - si univa ai protagonisti per improvvisare su un giro di blues. Ovviamente, molte volte era lui a tenere concerto. Ma in questo caso si sapeva in anticipo dove si trovasse, e mancava l’effetto sorpresa tipico del personaggio.
Nel tempo aveva mutato più volte la sua fisionomia. Anche questo faceva parte della sua indole di giramondo, insofferente dei legami e della routine. Una celebre fotografia in bianco e nero del 1952 mostra un insolito Tony Scott in doppiopetto, col volto rasato e i capelli neri, assieme a un bambino, a Billie Holiday bellissima e a Charlie Parker. Dieci anni più tardi, dopo che aveva viaggiato in America, in Africa e in Estremo Oriente, gli ammiratori italiani se lo ritrovarono di fronte col cranio rasato e una lunga barba pepesale con due punte; sul petto fasciato da una t-shirt spiccava un dente di leone montato in oro. L’edizione più recente, quella del definitivo trasferimento a Roma, era uno Scott con una corona di capelli lunghi e bianchi e la barba in proporzione. Sembrava volesse invecchiarsi apposta. Ormai i malanni gli permettevano di suonare poco e con prudenza, lui campione di intervalli impossibili e di note tenute, e con la musica gli sfuggiva la vita.
Nasce il 17 giugno 1921 a Morristown, New Jersey, col nome di Anthony Sciacca che ne testimonia l’origine siciliana. Dal 1940 frequenta la Juilliard School of Music di New York dove studia anche composizione e pianoforte secondario. Debutta con Buddy Rich e Ben Webster. E quantunque suoni bene il jazz classico, si trova coinvolto con i maggiori maestri del jazz moderno e con Charlie Parker. Collabora quindi con le orchestre di Claude Thornhill e di Duke Ellington, e negli anni Cinquanta diventa uno degli accompagnatori preferiti di Billie Holiday e di Sarah Vaughan.
Approda sovente in Italia e trascorre lunghi periodi a Roma imparando l’italiano. La vocazione a viaggiare lo fa arrivare non di rado nel posto giusto al momento giusto. Va in Estremo Oriente ed è uno dei primi ad essere influenzato dalle musiche indiane e giapponesi. Le accosta alla prassi dell’improvvisazione e incide con due solisti giapponesi lo stupendo album Music for Zen Meditation. Qua e là suona con Benny Carter, Bill Evans e Kenny Clarke. In Italia stringe sodalizi duraturi con Romano Mussolini e poi con Mario Rusca. A Praga, superando le differenze di stile, si associa al Traditional Jazz Studio. Ovunque organizza e dirige complessi propri incidendo copiosamente. Al sax tenore ha una voce strumentale liscia e forte, a mezza via tra Coleman Hawkins e Lester Young. Ma il suo vero strumento è il clarinetto, del quale è uno dei pochi maestri riconosciuti di scuola moderna.
Giorno dopo giorno, col passare degli anni Tony Scott era diventato una miniera di aneddoti e di ricordi storici. Ogni tanto li scriveva, fino ad ottenere il materiale per un libro troppo voluminoso per essere pubblicato senza abbondanti riduzioni. Innumerevoli sono gli amici che, dopo un concerto, hanno tirato mattina con lui per sentir parlare quel grande jazzista bianco innamorato dei grandi jazzisti neri. Qua e là, qualche episodio pareva un po’ sparato, un po’ sopra le righe, ma andava bene lo stesso. Caro, unico Tony Scott. Ci mancherai tanto.