Adriano Olivetti, l’impresa di sposare capitale e famiglia

Cinquant’anni fa moriva Adriano Olivetti, protagonista dell’industria italiana del dopoguerra e imprenditore che ha anticipato varie tendenze, incamminandosi lungo sentieri che altri dopo di lui ripercorreranno: nella cultura come nella politica.
Figlio di un piccolo industriale di Ivrea, Olivetti ereditò dal padre un umanitarismo socialista su cui innestò quei principi di un cristianesimo rigorista che venivano a lui dalla madre, appartenente alla comunità valdese. Da questa peculiare situazione familiare egli trasse quel suo essere un capitalista atipico: «l’imprenditore rosso», per usare le velenose parole di Angelo Costa. In realtà, egli non fu affatto comunista, semmai un figlio del suo tempo: e questo a dispetto del suo voler essere controcorrente. Un’opera riformatrice come la sua (orientata a cambiare l’industria e la società) sarebbe stata impensabile fuori di quel contesto storico che vedeva l’Italia protagonista di un boom eccezionale. Nel quindicennio successivo alla seconda guerra mondiale egli riuscì a conseguire notevoli profitti pur in presenza di una politica aziendale del tutto particolare. Nei suoi schemi, infatti, l’obiettivo di costruire una grande impresa si fondeva con il progetto di dar vita a relazioni industriali che superassero ogni contrapposizione tra capitale e lavoro.
Alla Olivetti gli stipendi erano più alti che nelle altre fabbriche del settore, e oltre a ciò i dipendenti potevano contare su assistenza medica, asili nido, abitazioni, permessi retribuiti in caso di maternità. Per giunta, l’azienda cercava di realizzare un diverso rapporto fra imprenditore e operai, fra azienda e città, all’insegna di una cooperazione che portasse a interagire per il bene comune. I capannoni in cui si producevano macchine per scrivere divennero crogiuoli di valori e idee che attirarono alcuni tra i maggiori artisti e intellettuali, spesso di sinistra: Moravia, Pampaloni, Bigiaretti, Pasolini, Volponi... Per certi aspetti Olivetti ha rappresentato l’esatto contrario del tipico imprenditore del dopoguerra: l’ex-operaio che si era fatto da sé e conosceva solo la legge della fatica. Fu invece persona colta e curiosa, consapevole che la conoscenza può produrre ricchezza e che nelle relazioni interpersonali c’è un valore che non dev’essere ignorato neppure da chi deve accumulare profitti.
Dopo la morte, anche senza riferirsi espressamente a lui la classe imprenditoriale italiana ha guardato a più riprese alla sua lezione come a un modello, provando in vari modi a copiare quel suo modo di concepire la fabbrica, integrarsi nel contesto cittadino, motivare i collaboratori, unire efficienza e bellezza. Psicologi, architetti e sociologi cominceranno a essere presenti tra i collaboratori dei dirigenti d’impresa. Nonostante ciò, nel pur generoso progetto olivettiano c’è qualcosa che oggi appare remoto, figlio di un tempo che non c’è più. Basti pensare alla relazione tra la Olivetti e la città di Ivrea, di cui nel 1956 l’imprenditore diventerà addirittura sindaco. Questo rapporto simbiotico tra il lavoro e la vita, in cui la seconda è quasi totalmente assorbita dal primo (e che si ritrova nel marxismo come nell’industrialismo), in ragione del quale l’azienda si faceva una sorta di grande famiglia, oggi non è più ammissibile: soprattutto perché nessuno è interessato ad attribuire un ruolo di questo tipo alla produzione. In fondo, anche quanti hanno continuato a cantare le lodi dell’esperienza olivettiana hanno più volte sottolineato come in quella visione all’azienda veniva affidata una missione non solo economica, ma anche morale e civile. Al punto che essa finiva per rappresentare il centro della stessa polis e il luogo in cui prendeva forma una comunità solidale.
C’è insomma, in Olivetti, qualcosa che lo rende irrimediabilmente figlio del Novecento e delle sue controversie. In fondo, le stesse nozioni di «capitale» e «lavoro» appaiono ormai del tutto astratte, e questo fa sì che Olivetti appartenga a un’epoca ormai conclusa. Non soltanto i suoi sogni sono lontani, ma per noi è improponibile quell’enfasi su relazioni che, da tempo, siamo abituati a vivere in maniera assai più «laica» e disincantata. E probabilmente è bene che sia così.