Affare sanità Ecco perché funziona solo quella privata

Esami veloci, assunzioni non clientelari, meno sprechi nell'acquisto di farmaci. E i bilanci quadrano...

di Stefano Filippi

Parli di sanità e pensi ai tagli del governo, ticket, code per esami e visite, sprechi. Non è così dappertutto, anzi la sanità pubblica in Italia è costellata di eccellenze, soprattutto al Nord; ma il sistema nel complesso fa acqua. Sono pronte nuove sforbiciate per circa 3 miliardi di euro e il mal comune è diffuso in tutti i Paesi Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), dove fino al 2008 la spesa sanitaria reale cresceva tra il 4 e il 6 per cento l'anno mentre dal 2009 ha subito un crollo. Tutt'altra musica nella sanità privata: la gestione ospedaliera è virtuosa, i bilanci quadrano e la salute dei cittadini, oltre che un servizio, è pure un affare.

In realtà, “privata” è una parola equivoca. Spiega il dottor Filippo Leonardi, direttore dell'Aiop (Associazione italiana ospedalità privata): «Le strutture in cui si paga tutto sono meno del 10 per cento del totale, una quarantina tra le nostre 500 aderenti circa, e si tratta per lo più di cliniche di riabilitazione e lungodegenza. Il “vero” privato è quello accreditato con il Servizio sanitario nazionale dove il paziente non paga nulla in più rispetto (...)

(...) alla struttura pubblica».

I privati investono, fanno tornare i conti, attirano i medici, mostrano un volto della sanità in cui efficienza e qualità vanno assieme. E fanno perfino risparmiare lo Stato. Secondo l'ultimo Rapporto ospedali/salute dell'Aiop, nel 2012 gli ospedali privati accreditati hanno assorbito il 14 per cento della spesa pubblica ospedaliera e il 27,4 per cento delle giornate di degenza. In sostanza, curano i pazienti con quasi metà risorse rispetto a un ospedale pubblico. Altri due parametri, che valutano il livello di complessità delle patologie trattate, mostrano la maggiore qualità offerta dalle cliniche private. L'indicatore di peso medio è pari a 1,1 per le strutture pubbliche e 1,2 per quelle private, mentre il « case mix » va da 1 del pubblico all'1,1 del privato. Alcuni settori di cura sono ormai prevalentemente privati: gli ospedali accreditati hanno il 75 per cento dei ricoveri ordinari riabilitativi, il 53 dei ricoveri diurni riabilitativi e il 47 per cento delle lungodegenze.

TAGLI ADIEU

Una ricerca dell'Istituto Bruno Leoni sulla spesa sanitaria rileva che l'ospedalità privata ha un «effetto calmiere» sulle spese non sfruttato appieno. «Gli ospedali accreditati non hanno bisogno di fare tagli perché lavorano ogni giorno per eliminare gli sprechi - dice il dottor Leonardi -. Le assunzioni sono mirate mentre nel pubblico c'è il retaggio del clientelismo politico, e il personale rappresenta il grosso della spesa». Se una clinica privata sfora il bilancio di previsione, la Regione non interviene. Il pubblico più spende più incassa; il privato invece viene remunerato soltanto per le prestazioni effettuate.

«Quando un paziente viene da noi guarda la qualità delle cure e delle professionalità – dice Franco Balestrieri, direttore marketing del Gruppo Villa Maria –. Ma nelle nostre strutture si trovano anche un ricovero confortevole, informazioni dettagliate, assistenza dopo la degenza. Il servizio offerto è a 360 gradi. Le tecnologie mediche sono ai massimi livelli perché questi investimenti nel tempo si rivelano risparmi: esami più veloci e accurati e degenze più brevi».

La sanità privata ha un altro asso nella manica. Una carta banale, che anche le Regioni potrebbero utilizzare, anzi ne sarebbero obbligate attraverso la Consip, la Centrale unica per gli acquisti, ma è pura utopia. La maggior parte delle cliniche accreditate è concentrata nelle mani di pochi grandi gruppi. E quando si tratta di «tirare» sul prezzo delle forniture più sei grande, più acquisti, più economizzi. Farmaci, materiali sanitari, strumenti chirurgici, lavanderia: le voci di spesa, e quindi le opportunità di risparmio, sono infinite.

I DIECI RE

Il primo gruppo ospedaliero italiano per fatturato è il San Donato della famiglia Rotelli, 19 istituti in Lombardia (con l'11 per cento del totale dei posti letto della regione) tra cui il policlinico San Donato, l'ortopedico Galeazzi, la casa di cura La Madonnina e il San Raffaele, acquisito dopo il crac, una clinica a Bologna e un fatturato 2013 pari a 1 miliardo 370 milioni di euro. Segue l'Humanitas della famiglia Rocca con 526 milioni. Terzo è il Gruppo Villa Maria della famiglia Sansavini (giro d'affari 2013 di 452 milioni) che però è il primo per estensione territoriale: è presente in 8 regioni italiane e 9 strutture in Francia, Polonia e Albania. Seguono, secondo la classifica stilata dall'Area studi Mediobanca, il gruppo Kos, che fa capo alla Cir della famiglia di Carlo De Benedetti con 372 milioni di fatturato, forte soprattutto dei circa 7.000 posti letto delle residenze per anziani Anni Azzurri; il gruppo Giomi-Eurosanità della famiglia Miraglia (311 milioni); l'Istituto europeo di oncologia fondato da Enrico Cuccia e Umberto Veronesi (296 milioni); il gruppo Multi Medica (195 milioni); il Policlinico di Monza (183 milioni); il gruppo Raffaele Garofalo (96). L'analisi di Mediobanca non tiene conto di una realtà come il gruppo San Raffaele che fa capo alla famiglia Angelucci e conta circa 3.000 posti letto in 27 tra cliniche, centri di riabilitazione e residenze assistite. Il fatturato dei primi tre gruppi è in crescita: a fine 2013 i ricavi erano pari a 2.348 milioni di euro, con un risultato netto aggregato di 37 milioni nonostante i tagli decisi dal governo. Perché quando lo Stato taglia, colpisce anche le strutture private. Per esempio, le cliniche accreditate che si trovano nelle regioni soggette al piano di rientro dal disavanzo sanitario ottengono, in proporzione, minori compensazioni per le prestazioni erogate, e non possono ricoverare pazienti da fuori regione.

IL PATRIMONIO DEL PUBBLICO

Le sforbiciate si aggiungono ai tetti all'espansione posti dalla riforma Bindi. Anche l'apertura di nuovi ospedali privati è soggetta alla programmazione sanitaria delle varie regioni: c'è dunque una barriera all'ingresso di altri imprenditori. E la sanità accreditata è un bersaglio facile. Per un ospedale pubblico chiuso o ridimensionato scendono in piazza i sindaci, per uno privato no. Ogni volta che il governo annuncia risparmi si dice che ne guadagneranno i privati. «Si fa sempre più fatica a investire a causa della riduzione dei margini dovuta ai tagli lineari - annota Stefano Regondi, direttore del centro studi Extra Moenia -. L'investimento è necessario per mantenere alta la qualità dei servizi. Si investe se e dove c'è profitto, e in sanità il profitto c'è. I privati scelgono i migliori professionisti, non sono costretti ad assumere su pressioni politiche né a trattenere in servizio personale assenteista o improduttivo laddove, specie al Sud, la sanità pubblica funziona come ammortizzatore sociale». Privatizzare la sanità? «Noi non lo vogliamo – risponde Leonardi -, siamo complementari con il pubblico, un patrimonio di cui tutti andiamo fieri».