Gli «affari» del centrosinistra

Egidio Sterpa

Nell’aprile scorso Dario Antiseri, grande pensatore liberale (fu lui a farci scoprire Popper), interloquì cortesemente con me che avevo rilevato in un paio di articoli la decadenza e la debolezza del capitalismo italiano, causa, oltre ad altre, del deterioramento del nostro sistema economico e non solo. M’ero posto alcune domande: è in eclissi il sistema Paese? Ci sono responsabilità?
La risposta di Antiseri sul Sole 24 Ore è stata esemplare: «Va da sé - scrisse - che molteplici, di vario peso e differente derivazione storica, sono le cause dei nostri mali, di un’Italia che talvolta pare non avere più fiato per andare avanti. Ma tra queste cause forse la più decisiva è di natura culturale e risiede, a mio avviso, nel fatto che l’Italia è e rimane un Paese sostanzialmente illiberale».
Le vicende economiche e finanziarie che in questi mesi si sono accavallate e le polemiche che ne sono seguite confermano, mi pare, la crisi culturale che attanaglia, oltre che il mondo politico, anche il mondo economico-finanziario. La partita in corso tra i cosiddetti «poteri forti», soprattutto quelli finanziari e quelli politici, è paradigmatica della confusione e della inadeguatezza di entrambi a fronte della complessità e dello spessore di una depressione che ha molteplici aspetti, culturali innanzitutto, come rileva Antiseri, e contrassegna ogni sfera della vita pubblica e privata.
Osserviamo le vicende delle due banche - Bnl e Antonveneta - oggetto di attacco da parte di gruppi finanziari. Qui, davvero, si è verificata una commistione di interessi tra finanza e politica, come mai in passato. Berlusconi è da sempre strumentalmente messo sotto accusa per conflitto di interessi. Ma perché a nessuno viene l’uzzolo di chiedersi e verificare quali interessi ci siano in certi atteggiamenti e comportamenti di forze e uomini della sinistra nel rapporto con forze economiche? Nel caso Telecom, per esempio, perché il governo di allora intervenne pesantemente in favore di un operatore, che poi, in verità, seppe tirarsi fuori dall’impiccio dirigendosi verso altra impresa?
Nella storia delle due banche non sono forse affiorati interessi politici? Sta di fatto che alla Bnl ha finito col prevalere una compagnia di assicurazione di derivazione delle Coop cosiddette rosse. Sono bastati due mesi per costringere la banca spagnola in competizione a cedere il passo. C’è stata tolleranza da parte di Bankitalia, che improvvisamente ha ritratto il veto all’unione tra banca e assicurazione. Si è voluto difendere a tutti i costi l’italianità del credito? E non ha contato proprio nulla la sponsorizzazione politico-ideologica da parte del Botteghino, divenuto improvvisamente vicino, non solo topograficamente, a Palazzo Koch? Domande legittime, anche se va considerata a dir poco troppo vivace la reazione di un bravissimo «calzolaio» socio della Bnl, che è arrivato a definire il governatore di Bankitalia «stregone di Alvito», invocandone addirittura il licenziamento, cosa che in verità persino Prodi ha lasciato intendere come proposito in caso di vittoria dell’Unione.
Anche nel caso della banca lodigiana, in competizione con gli olandesi per la conquista dell’Antonveneta, ci sono state esagerazioni, e sempre per evidenti motivi politici. Si è esposto quasi al ludibrio un banchiere che ha cercato soltanto di allargare l’area di impresa del suo istituto. Alla fin fine, poi, tutte queste dispute con toni di rissa si sono risolte con l’incasso da parte dei cosiddetti perdenti di plusvalenze miliardarie. Non si può dar torto a Montezemolo quando dice che quanto è avvenuto nel mondo bancario italiano non ha dato una bella immagine dell’Italia all’estero. E neppure, in verità, nell’Italia dei risparmiatori.
Quanto sono in buona fede le giaculatorie d’ordine morale che si sono sentite nel mondo economico-finanziario verso i cosiddetti raider, definiti «prendi e scappa»? Certo non si possono mettere sugli altari immobiliaristi e speculatori di rendite, ma non va neppure ignorato che non pochi protagonisti del nostro capitalismo non disdegnano profitti di finanza. Ma sì, operazioni prive di piani industriali ci sono nell’una e nell’altra parte. Il capital gain attrae. Intendiamoci, nessun moralismo esasperato, ma almeno più equilibrio ed equanimità nei giudizi.
Insomma, diciamolo, non è un bello spettacolo questa disputa, fatta di verbosità e di poca trasparenza. È una diatriba che umilia il mondo finanziario e quello delle imprese. Si accusa il mondo politico di interessi nascosti e di mediocrità, ma anche il mondo economico-finanziario sta rivelando il proprio svilimento. Questo incontro su valori negativi tra politica e affari non fa certo sperare bene per il futuro del Paese. Buon per il governo che s’è mantenuto neutrale nelle vicende delle due banche. Un po’ meno, in realtà, sono rimasti fuori uomini e forze dell’opposizione. La conclusione è che questo intreccio tra politica e affarismo sta sfiancando il nostro sistema tanto da temere che non sarà facile uscirne presto.