Aforismi, l’arte di scrivere (e vivere) in punta di penna

Come nacquero le sentenze più citate? Un saggio sugli autori dei detti celebri. Tutti un po’ folli, emarginati e profetici<br />

Un vecchio collega diceva, lamentandosi del citazionismo dilagante sui giornali: «Chi scrive tra virgolette vive tra virgolette». Mi perdonerà, dunque, se ora lo cito a proposito delle citazioni più facili da fare: quelle degli aforismi. Infatti il suo (ma forse non era suo, e anche lui, quindi, metteva le virgolette ad altre virgolette...) è un buon aforisma. Perché lo è? Perché è: 1) breve, 2) definitivo, 3) personale, 4) contiene un colpo di scena, 5) filosofico. Sono queste le cinque leggi dell’aforisma fissate da James Geary in La vita in una frase (Rizzoli, pagg. 250, euro 17, traduzione di Ilaria Katerinov e Natalia Stabilini). Aforismicamente, l’autore definisce gli aforismi «il bagaglio a mano della letteratura: leggeri e compatti, trovano posto facilmente nelle cappelliere del cervello, e contengono tutto ciò che serve per affrontare una dura giornata in ufficio o una notte buia dell’anima».
Attenzione però. Quantunque maneggevoli, di pronto uso e senza data di scadenza, questi «prodotti» della mente sono anche esplosivi, e dunque è opportuno... leggerli a distanza di sicurezza. Vale per loro quanto Friedrich Nietzsche diceva del suo Così parlò Zarathustra: sono «per tutti e per nessuno». Ecco Nietzsche, ovvero un filosofo chiamato aforisma. Lui era il più sentenzioso, il più violento, il più amaro, il più triste, il più illuminante di tutti. E, anche, il prototipo di una genía che porta nel Dna alcune caratteristiche comuni. Perché, diciamolo chiaramente, l’aforista è sempre un po’ balordo e inaffidabile. Che sia asociale come Arthur Schopenhauer o Diogene, doppiogiochista come Seneca o Baltasar Gracián, prigioniero del tedium vitae come Marco Aurelio o Malcolm de Chazal, satanico come Ambrose Bierce, funereo come Emil Cioran, ipocondriaco come Joseph Joubert, scostante come Karl Kraus, visionario come William Blake, l’aforista ha una vena di follia che gli pulsa nella mente fin quasi a scoppiare e, quando scrive, le parole che usa sono stille di sangue cerebrale.
La magia dell’aforisma consiste proprio in questo: nell’essere universale, cioè «per tutti», e unico, cioè «per nessuno». È il soldato coraggioso (e folle) che si sacrifica per i compagni uscendo in avanscoperta, mostrando il petto al nemico. È il bimbo che indica il re dicendo candidamente, scandalosamente che «il re è nudo». È un cavallo di Troia, un sasso lanciato nello stagno, una palla di neve che diventa slavina, una goccia che fa traboccare il vaso... Tira fuori, evidenzia, isola, porta alle estreme conseguenze. La sua stessa etimologia è già... un aforisma. Il vocabolo deriva dal tardo latino aphorismus, e questo dal greco aphorismós (cioè «definizione»), composto da apó, «da», e horízo, «separare». Vedete che bello? Horízo è la stessa radice di «orizzonte». Sicché, dicendo «l’aforisma è l’orizzonte» pronunciamo l’aforisma perfetto. Un aforisma allo specchio.
Ma l’aforisma, come tutte le cose importanti della vita, l’amore, l’amicizia, l’arte, non lo puoi cercare, non lo puoi programmare. Quando arriva, arriva. Si tratta di coglierlo al volo e di metterlo prontamente nero su bianco, incastonandolo nell’ambra della memoria. Per questo, opportunamente, il saggio di Geary non è, come vorrebbe farci credere il sottotitolo, La fulminante storia del pensiero breve, bensì una gustosa galleria di aforisti. Ciò consente all’autore di «girare intorno» alla materia del libro, esaminandone il terreno di coltura, cioè le esistenze dei maestri del detto celebre.
Certo, di Fu Hsi, il presunto autore dell’I Ching, il Libro dei mutamenti cinese che offre, a chi le sa cercare (e soprattutto a chi le vuole trovare...), le risposte a ogni quesito sul futuro, si sa molto meno di quanto si sappia di Ludwig Wittgenstein e François-René de Chateaubriand, e se le esistenze di Buddha o Confucio fluttuano avvolte in un’aura di santità che alla lunga finisce per offuscare la vista a chi le guarda, la biografia di un Antonio Porchia o di un’Emily Dickinson (fra le pochissime donne qui presenti, con alcuni suoi versi) stanno comodamente in due paginette. Tuttavia, bisogna rassegnarsi: la vita è il prezzo da pagare all’immortalità.
Prendiamo a esempio Diogene. Se non l’avessero fatto prigioniero e messo in vendita come schiavo, non avrebbe potuto dire, indicando Xeniade, suo potenziale acquirente: «Vendetemi a quell’uomo. Ha bisogno di un padrone». Splendida battuta, molto teatrale, che ha generato l’aforisma: «L’arte di essere uno schiavo è dominare il proprio padrone». E François de La Rochefoucauld? Se non avesse passato tanti guai durante la Fronda alla Corona, divenendo, quarantenne, un fallito pieno di rimpianti, non avrebbe potuto scrivere: «I vecchi amano dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi» (frase riadattata in altro contesto da De André per Bocca di rosa). Ancora. Il polacco Stanislaw Jerzy Lec, aristocratico nostalgico dell’impero austroungarico, poi comunista, infine anticomunista, sperimentò gli effetti deleteri del collettivismo, il che lo portò a sentenziare: «Nessuno dei fiocchi di neve in una slavina si sente responsabile».
Quanto a Nicolas Chamfort, lui, repubblicano che però si arrabattava a cercare i favori della corte, ben sintetizza così il momento della sua Francia sul finire del Settecento: «In un Paese in cui tutti cercano di porsi in evidenza, molti devono credere, e in effetti credono, che sia meglio essere bancarottieri che essere nessuno». Se pensiamo all’Italia attuale, scopriamo che l’aforisma, qualche volta, può essere anche profetico.