Africa, l’animale preferito del guerriero Moravia

Oggi prevale l’idea miserabile del Continente Nero, alla «Live8». Ma un tempo c’era chi sapeva coglierne il lato puro e arcaico...

Dalla successione di fotografie per lo più in bianco e nero esposte nella mostra «Moravia. Album privato» inaugurata ieri a al museo Emilio Greco di Sabaudia (fino al 19 luglio) e da un’immagine dello scrittore che volta il capo, con le labbra sottili e gli occhi puntuti a spillo (sembra un cane da caccia, identico al suo animale preferito), si colgono due impressioni che appaiono distanti e invece sono l’itinerario di un destino d’artista: la malinconia e l’Africa.
Ho sempre creduto che sotto la pelle, o maschera, del «romanziere militante», dell’«intellettuale impegnato», del «razionalista», del «positivista», Alberto Moravia avesse un’altra pelle più vera, dai cromosomi istintivi, o partorita dal frutto di una doppia ferita: quella infertagli dalla «sua» borghesia e dalla poliomielite che lo aveva costretto fin da ragazzo su un letto di ospedale costringendolo a tirare fuori il talento di scrittore. Insomma si era a che fare con un artista che aveva «subito» coniugato malinconia e natura: ecco perché i suoi viaggi, i suoi reportage e racconti africani rappresentano vita reale e illuminazioni.
È lo stesso Moravia a mettere i punti sulle «i» con il suo passo svelto, con i suoi tratti spigolosi, con la sua frontalità «contadina»: «La vita è un perfetto caos dal quale si può estrarre soltanto qualche frammento, comunque misterioso, di ordine»; «Io ho una sensibilità anormale, come tutti gli artisti. Questa sensibilità anormale avrebbe dovuto travolgermi, cioè far di me un pazzo, se non avessi avuto la capacità di esprimerla. L’espressione della sensibilità è estremamente complessa, perché non è guidata dalla ragione, la famosa ragione che io amo molto, perché ne ho poca, ma dalla volontà intuitiva. Infatti dentro di me non sono un razionalista, sono una persona che soffre di angosce, di irrealtà, di senso del vuoto. Più che soffrire, sarebbe più esatto dire che non c’è un solo momento in cui non avverta in me un’attrazione verso gli estremi dello squilibrio». «Il mio lavoro non avviene per mezzo della testa, avviene per successive illuminazioni. L’artista è sempre assistito da un demone, che è appunto quello che lo illumina. Insomma, tutto quello che ho scritto di buono l’ho avuto per illuminazione. A me viene abbastanza facile. Io mi illumino, “mi illumino d’immenso”, come diceva Ungaretti, cioè mi illumino di quella cosa che sto scrivendo. Senza illuminazioni, niente scrittura, niente libri».
Comunque c’è da sottolineare che la mostra su Moravia a Sabaudia allarga la forbice della malinconia perché queste foto sono davvero africane: vuoi perché sono scattate in Africa insieme ai suoi compagni di viaggio (Dacia Maraini, Pier Paolo Pasolini, Ninetto Davoli, Maria Callas... Curiosa quella dove lo scrittore con Pasolini si prova nel tiro con l’arco) vuoi perché il Continente Nero è rievocato come se ancora vincesse la sua forza vitale e preistorica, anziché il bombardamento mediatico del «Live8» di Bono&Company. Sono frammenti di struggente malinconia quelli che il visitatore ha sotto gli occhi. Le foto spiegazzate e ingiallite accrescono una «povertà pura», ancora dignitosa contro l’odierna realtà o idea «miserabile» del Continente. Un Continente un tempo (nel tempo degli scatti moraviani) similissimo a un coccodrillo, a un cuore, a un blocco compatto dove la natura si è fatta «artistica» rispetto invece a questa pistola che si disegna se il Senegal si trasformasse in una punta di compasso in grado di fare oscillare la figura fino a leggerla come un revolver carico che si sta sparando alla nuca.
Dunque la malinconia delle fotografie è africana ma anche del nostro tempo che fu, vita inclusa, come le immagini che si custodivano gelosamente dentro una scatola di scarpe. Ma noi sapevamo - come le foto dimostrano - che per Moravia l’Africa non era solo in Africa. L’Africa era anche in Italia. Era a Sabaudia. Sabaudia, infatti, è l’Africa.
Sono ancora frasi di Moravia: «Il litorale fra Anzio e Gaeta rassomiglia molto a quello fra Abidjan e Libreville: vasto, il mare più simile ad un oceano che a un mare; immensi, i cieli in perpetuo movimento; lidi di alte dune bianche; acquitrini e lagune al di là dei lidi»; «Ma oltre alla somiglianza fisica, c’è anche tra i due paesaggi un’analogia storico-psicologica: nell’Agro Pontino come in Africa c’è la malinconia di un sogno infranto che si coniuga molto bene con l’atmosfera, appunto sognante, che è propria delle terre di bonifica. In Africa, il sogno è stato quello del colonialismo; nell’Agro Pontino, quello anch’esso, sia pure inconsciamente, colonialistico, della rigenerazione di una nostra piccola Africa nazionale attraverso una precisa volontà politica».
C’è una bellissima e «banale» fotografia dove Moravia è sulla spiaggia di Sabaudia. È solo e in piedi. Alle spalle il Promontorio di Circe. Indossa un pullover e sotto una delle sue camice anni Settanta: eccentriche e «coatte». Sembra un guerriero o un vecchio saggio di chissà quale tribù africana. Nessuno oserebbe dire che questa è la foto che «rivela» un poeta sentimentale. Invece: «Ebbene, qualche volta, stando a mangiare sulla terrazza, di fronte al mare, ho avuto l’impressione di scorgere il fantasma dell’estate, una vaga, gigantesca presenza femminile incurvata nella cupola dell’azzurro...».