Aimone di Savoia, il principe che non volle farsi re

Giulio Vignoli, docente universitario ed esperto di problemi balcanici, ha avuto la buona idea di recuperare, dalle pieghe oscure e minori della storia d’Italia, la vicenda d’un principe di casa Savoia che fu nominato re ma che non volle esserlo: e che mai pose piede nel suo regno, la Croazia (Il sovrano sconosciuto. Tomislavo II re di Croazia, Mursia, pagg. 192, euro 18,30). Spiegando (il principe) con molta chiarezza che «non ne voglio sapere, non ho ambizioni politiche, non voglio lasciare l’Italia, non so nulla dei croati e della Croazia e non desidero neppure conoscerli». Il principe in questione era Aimone di Savoia Aosta, duca di Spoleto, figlio cadetto di Emanuele Filiberto che comandò l’invitta terza armata nella prima guerra mondiale, fratello di Amedeo, il viceré d’Etiopia.
Gli Aosta potevano annoverare, in fatto di trasferte estere, un precedente molto importante. Nel 1870 il duca Amedeo, figlio di Vittorio Emanuele II e fratello di Umberto, l’assassinato di Monza, aveva accettato la corona di Spagna, e si era insediato a Madrid nel palazzo reale, portandovi i figlioletti. Cosicché Emanuele Filiberto fu erede al trono di Spagna. L’avventura spagnola di Amedeo durò un paio d’anni. Quella croata di Aimone, duca di Spoleto, non cominciò neppure.
L’uomo non era fatto per grandi responsabilità. Bello, galante, gaudente, sempre bisognoso di quattrini, Aimone aveva conquistato i suoi gradi militari - una conquista oltremodo rapida e agevole per i principi del sangue - in marina. Quando si trattò di scegliere un Savoia per il trono di Croazia - lo voleva Ante Pavelic, spietato «uomo forte» di quel Paese - la scelta cadde su Aimone.
Venne deciso che assumesse il nome di Tomislav II. In fin dei conti, essendo impossibile la candidatura del fratello Amedeo, bloccato nell’agonizzante impero africano, era il meno peggio. Per la verità dava luogo a mormorazioni e scandali. Ciano annotava nel suo diario, il 17 novembre 1941: «Il contegno di questo giovanotto è abbastanza assurdo: vive con la ragazza P., se la porta nel vagone salone, bazzica ristoranti e taverne e si sbronza. Alcune sere or sono, in un locale vicino a piazza Colonna, si mise un tovagliolo attorcigliato in testa, a guisa di corona, fra gli applausi dei camerieri e del padrone».
Non proprio un contegno da additare a modello. Ma questo personaggio discutibile dimostrò in definitiva maggior avvedutezza e buon senso di quanti ne avessero Mussolini, Vittorio Emanuele III e Ciano. Mentre con estrema calma ponzava sull’eventualità di raggiungere i suoi irrequieti sudditi, Tomislav II aveva creato una sorta d’ufficio informazioni per essere ragguagliato sulla situazione: che veniva sintetizzata in «punti stimati», secondo il gergo marinaresco. Ebbene, i «punti stimati» erano molto più precisi, schietti e convincenti di quanto fossero le relazioni addomesticate di diplomatici e funzionari. Nel primo venivano denunciati «atti di violenza verso i serbi senza riguardo a sesso e ad età», «l’azione degli ustascia contro l’elemento serbo, ebraico e montenegrino si è mantenuta fino a oggi violenta e terroristica, persecuzioni, arresti, fucilazioni avvengono giornalmente o si segnalano atti di ferocia». E via dicendo, nei successivi «punti stimati». Alla luce dei quali è ben comprensibile che Tomislav II abbia preferito la dolce vita a una probabile brutta morte.
Aimone, che era tornato in marina, dovette lasciarla nel 1945 per aver espresso a una giornalista inglese - scrive Vignoli - un «duro giudizio» sui giudici del processo contro il generale Mario Roatta. Emigrò poi in Argentina e là morì il 29 gennaio 1948. Era nato nel 1900. Vignoli è un fervente monarchico, e nelle ultime pagine del volume sostiene che dopo il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 i risultati furono dolosamente alterati in favore della repubblica, e che i repubblicani disponevano di forti somme giunte dall’Urss mentre i monarchici erano senza fondi. Personalmente non credo che la monarchia sia finita in Italia con il referendum: credo che sia finita prima con la firma alle leggi razziali, poi con la vergogna dell’8 settembre 1943.
Oltre che della repubblica, Vignoli è nemico acerrimo della storia che indugia troppo sull’aneddoto. Mi rimprovera per aver raccolto del comandante della III Armata Emanuele Filiberto le testimonianze secondo cui il duca formava con la moglie Hélène una «coppia aperta», indulgente alle reciproche scappatelle. «Pettegolezzi sciocchi e assurdi» ammonisce severo. Così come definisce malevole le notizie su un certo disprezzo di Hélène, discendente dai re di Francia, verso la «bérgère», la pastora montenegrina Elena regina d’Italia. «Si vorrebbe addirittura - incalza Vignoli - che l’Elena di Francia abbia pronunciato la frase “Mon cousin la Bérgère”». Sono d’accordo. Quella frase l’Elena di Francia non poteva pronunciarla. Semmai avrebbe detto «ma cousine la Bérgère», il femminile suona meglio.