Aiuto, ora l’America assomiglia troppo all’Italia illiberale

Per chi ha sempre guardato all’America come a una roccaforte dei diritti individuali, delle libertà economiche e di pensiero, dell’autonomia negoziale, dell’Habeas corpus, della Rule of law, insomma dei valori fondanti della civiltà occidentale, è penoso constatare la sua degenerazione in senso assistenzialista di marca europea. Degenerazione che, avviatasi negli anni rooseveltiani, ha avuto un’accelerazione in questi ultimi tempi. Giunge quindi particolarmente gradito il caso di David Mamet e del suo The Secret Knowledge, che ci riporta alla memoria quello italiano di Ruggero Guarini e Giuseppe Saltini e del loro I primi della classe, uscito in Italia per la Sugarco nell’ormai lontano 1978 (11 anni prima della caduta del Muro di Berlino!). In quel pamphlet gli autori facevano un esilarante florilegio del «monotono delirio» dei catechisti e catechizzatori comunisti italiani che in oltre 40 anni avevano prescritto e proscritto, esaltato e dannato le idee rispettivamente benefiche e nocive per l’umanità in generale e per l’Italia in particolare. Come chiariva Guarini nella Prefazione, il testo era un piccolo monumento postumo al «culturcomunismo», a quella «iniqua scemenza» degli anni ’40, ’50 e ’60, a quel «carcere mentale» i cui obiettivi erano: 1) l’annullamento dell’individuo, del senso di responsabilità personale, della libera iniziativa economica, del mercato delle idee e delle merci e quindi del profitto intellettuale ed economico; 2) la «espansione indefinita della sfera dei poteri dello Stato». Un progetto che conduceva inesorabilmente alla trasformazione del cittadino da soggetto protagonista della comunità a clonabile utensile-agente dello Stato. Allora, in Italia, i due brillanti intellettuali cresciuti in «mono-coltura/cultura comunista», con grande onestà, e anche «con forsennato furore polemico», fornirono ai lettori uno strumento utilissimo che comprovava l’insensatezza di quella dottrina: «un’idea... umiliante della cultura e dell’uomo». Ed è superfluo osservare che quel disturbante - per la cultura egemone di allora - pamphlet scomparve rapidamente dagli scaffali delle librerie (non sappiamo se grazie a un travolgente successo di vendite o per intervento delle forze di polizia igienico-sanitaria dell’allora Pci). Oggi, in America, un celebre intellettuale cresciuto in «mono-coltura/cultura liberal» ci dà un’efficacissima testimonianza per capire che quella monocultura, a dispetto dell’aggettivo, ha ben poco a che fare con la cultura liberale, ma è, al contrario, in tutto l’erede filogenetica, modificata in qualche dettaglio, della obsoleta e ormai impresentabile «monocultura comunista». Mamet ripudia con forza questo credo ancora ossessivamente statalista, egualitario, redistribuzionista, assistenzialista, solidarista, compassionevole, antindividualista, protezionista, anticapitalista. La pubblicazione a puntate di questo pamphlet sul Giornale avviene, se pur del tutto casualmente, in perfetta sintonia logica e cronologica con la recente edizione in Italia (Liberilibri) de La Mente liberal di Kenneth Minogue (prima edizione a Londra nel 1963 e poi in America nel 2001), in cui il grande pensatore liberale della London School of Economics, oggi presidente della Mont Pelerin Society, con largo anticipo analizzava e preannunciava i guasti all’economia e soprattutto alle coscienze civili che sarebbero derivati dal non respingere o peggio dall’assecondare il diffondersi della «Mente liberal», guasti che David Mamet evidenzia con grande incisività. È da augurarsi che anche nel nostro Paese emergano analoghi Mamet dotati del necessario coraggio per riconoscere pubblicamente l’insensatezza e il fallimento di ogni politica che pretenda di risolvere i problemi ampliando funzioni e poteri dello Stato. E in particolare di risolvere il problema della povertà impoverendo i ricchi, i problemi della giustizia distributiva privilegiando gruppi presuntamente svantaggiati, i problemi della giustizia retributiva non tenendo conto del merito individuale, il problema della libertà di pensiero imponendo, paradossalmente, una vulgata ufficiale. E infine redistribuendo la ricchezza senza preoccuparsi che venga prodotta, e quindi solo distruggendola.
*editore di Liberilibri