Aiuto, la tecnologia invade il corpo umano

Il processo è in atto da secoli, ma oggi secondo alcuni scienziati la tecnica sta modificando la nostra evoluzione intervenendo sugli stessi geni

È così dalle origini. La nostra specie esiste perché ha afferrato una pietra per colpirne un’altra e ottenere, per frattura calcolata, un oggetto terzo, una lama. Prima della lama era il primate. Dopo l’homo technologicus: la bestia che crea con un fine preordinato da memi, non soltanto da geni. Siamo nati con la tecnologia, con lo studio sistematico del fare. La prova è nelle nostre mani e nei nostri occhi, nella capacità di coordinare il movimento complesso, propria del demiurgo di manufatti.
Ora però, dopo tanti millenni di cose create, ora che la materia plasmata aumenta esponenzialmente, in numero e in complessità, rispetto ai suoi creatori, un poco si ha paura. Si fatica a mantenere il controllo su un orizzonte degli eventi sempre più vasto, si teme di veder giungere da lontano i crudeli carriagi della tecnica che si rivolta contro l’ominide che l’ha inventata. Invasioni tecnologiche insomma, barbarie di silicio e di trans-geni che vengano a cambiare per sempre l’essere umano, la sua natura e la sua identità.
Non è la prima volta. Quando, sul finire del secolo dei Lumi, si fecero i primi esperimenti con rotaia e locomotiva i medici tuonarono che, alla folle velocità di 35 miglia l’ora, il corpo umano si sarebbe dissanguato per esplosione di vasi e capillari. Ora, però, l’allarme è diverso. Quando è sensato e poco isterico, coinvolge gli stessi scienziati e i filosofi amanti dell’episteme. Persone che, certo, non vogliono fermare la littorina delle belle scienze e progressive, vogliono solo capire dove va e come ci cambia. Così è un fiorire di libri e di convegni. Tra gli altri quello che animerà Pisa, galileiana culla della scienza italiana, a partire dal 19 maggio. Il titolo è proprio «Le invasioni tecnologiche» e riunirà alcuni dei più famosi cervelli italiani, e stranieri, che si occupano di media e tecnologia. Si cercherà di capire se quella che Alberto Abruzzese, uno dei massimi esperti di comunicazione del nostro Paese, chiama «l’invasione del corpo umano da parte di quello tecnologico» sia imminente.
Alcuni scienziati come Peter J. Richerson e Robert Boyd, ritengono che il processo sia in atto ormai da migliaia di anni, ora starebbe solo accelerando. Anzi in un libro, che ha messo a rumore antropologi e biologi, hanno sostenuto che la cultura e la tecnologia hanno modificato l’evoluzione umana, intervenendo sugli stessi geni: «Anche se non dubitiamo che la cultura sia profondamente intrecciata ad altri aspetti della biologia umana, siamo convinti altresì che la sua evoluzione abbia portato cambiamenti fondamentali nel mondo in cui la nostra specie reagisce alla selezione naturale». La tecnologia e la cultura avrebbero quindi agito sui nostri geni molto prima di essere in grado di manipolarli direttamente.
Certo, ormai per alcuni, come l’eclettico professore informatico Giuseppe O. Longo, la scala dei rapporti è mutata, non a caso il suo intervento a Pisa s’intitolerà: «Il simbionte è gia qui». Secondo Longo «Dobbiamo rivedere l’idea tradizionale che l’uomo sia una creatura ben definita, pura, data una volta per tutte, separata o separabile dal resto del mondo che lo ospita». Un’idea su cui insiste anche il semiologo Paolo Fabbri che consiglia di «Abituarci a vivere come degli assemblaggi». L’immagine di uomo come cellula connessa sempre più strettamente alla comunità, o addirittura come apparato biomeccanico.
Chiacchierando con Chiara Zocchi, ingegnere biomedico del laboratorio di robotica del Politecnico di Milano, si scopre che non si tratta di chimere in un futuro lontano: è del parere che la ricerca nei prossimi vent’anni porterà a moltissime integrazioni uomo e macchina: «Siamo molto avanti nella possibilità di sostituzione degli arti inferiori, i passi successivi sono la sostituzione degli arti superiori, dove i problemi sono dati dal giunto del polso e dal sistema di sensori, poi verranno i sistemi attivi, intelligenti, impiantabili nel corpo». Piccole «macchine» in grado di rilasciare enzimi o medicinali sondando la condizione dell’organismo che le ospita, sistemi automatizzati che forniscano alle protesi reazioni paragonabili all’arco riflesso che caratterizza gli arti umani. In questi casi il problema non è più solo tecnico, sfiora l’etica e il concetto di umano. Secondo l’ingegner Zocchi «Ora come ora utilizziamo il 60% del nostro pacchetto tecnologico. Non si tratta solo di capire cosa siamo in grado di fare, ma quanto è accettabile per l’impiantato e per la società... Nel caso delle protesi-arto la mia esperienza parla, per ora, solo di persone enormemente felici di poter camminare di nuovo...».
Per altri campi, come l’innesto di micro apparati, capaci di connettere direttamente il nostro cervello a un sistema di media, rischi e preoccupazioni sono più forti. Per alcuni, come il professor Enzo Papetti, che insegna Strumenti e tecnica della produzione audiovisiva all’Università La Sapienza di Roma, si tratta di una riflessione da fare in termini di codici del messaggio. La catena del comunicare, ramificatasi, negli ultimi anni, ad altissima velocità ha le caratteristiche di un processo inarrestabile. «Il problema tecnologico in sé è troppo tardi per porselo, già i nuovi cellulari fondono i media in maniera che le persone della mia generazione stentano a capire. Non è tanto l’oggetto... È la forma di comunicazione che è nuova. Bisogna inventarsi dei codici che rendano comprensibile la complessità...».
È l’altro aspetto della temuta invasione, quello dell’accesso continuato alle informazioni. Un labirinto di oggetti immateriali, concettuali, che c’immette in reti estese in cui nessun percorso è scontato. Prima ancora che i nostri geni, e i nostri corpi, a essere modificata è la percezione della realtà. Sino ad alcuni decenni fa esistevano sistemi di simboli condivisi. Ora al loro posto c’è un immaginario fluido, che cambia senza che l’individuo abbia il tempo di controllarlo. Si crea una situazione caratterizzata da quella che il professor Paolo Fabbri chiama «la policronia della comunicazione»: «Ci sono due tipi di comunicazione: quella che informa e basta e quella che trasmette il sapere. La prima cerca di fornire il massimo di informazione nei tempi più brevi, senza curarsi di quello che viene recepito, la seconda cerca di trasmettere conoscenze stabili, di fare imparare. La seconda necessita di tempi lenti...». Così, nonostante 100mila articoli scientifico-tecnologici pubblicati ogni anno e miliardi di notizie, il modo umano di apprendere resta quello tradizionale; non supera la velocità di lettura. Per far convivere i due livelli l’unico sistema è quello del filtro, della scelta ponderata e senza fretta. E forse è proprio nella nostra capacità di lentezza, nella volontà di chi riflette ai convegni, oppure più banalmente sul tram, che bisogna confidare. Simbionti o meno possiamo sempre decidere di non andare più veloci della nostra capacità di comprensione. Leggere e rileggere è, da sempre, una bella muraglia cinese contro ogni tipo di invasione.