Akhmadulina, la poetessa del disgelo

Per molti russi, anzi sovietici, leggere i suoi versi ha significato l’inizio del disgelo di Krusciov, la fine dello Stalinismo. Ecco perché la poetessa Bella Akhmadulina, morta ieri a Mosca, all’età di 73 anni, era una figura simbolo - fu più volte candidata al Nobel- di quella nuova letteratura, che fiorita nonostante la cupa ombra del Cremlino ha rappresentato per un popolo l’unica timida forma di libertà.
Nata il 10 aprile 1937, a Mosca da un padre tartaro e una madre di origine italiana che lavorava come traduttrice al Kgb, la Akhmadulina pubblicò i suoi primi poemi nel ’55 sulla rivista Ottobre. Nel 1954 si sposò con Evgheni Evtushenko, uno dei protagonisti dell’ apertura culturale seguita all’arrivo al potere di Krusciov . La sua prima raccolta, La corda, venne pubblicata nel ’62. Si trattava di versi che non toccavano il versante politico ma che testimoniavano un’attenzione all’individuo che mai sarebbero stati tollerati in epoca stalianiana. Il «disgelo» durò poco: con l’arrivo al potere di Leonid Breznev nel 1964, la poetessa si trovò in difficoltà. La Akhmadulina, non si lasciò però intimorire: firmò numerose lettere di sostegno ai dissidenti come Sakharov (e fu attiva nella stesura di libri clandestini). Dopo la caduta dell’Urss, il suo impegno non cessò: firmò nel ’93 la «lettera dei 42», in cui si chiedeva la messa al bando in Russia dei partiti comunisti. Le opere di questa scrittrice, che il New York Times ha definito «uno dei tesori della letteratura russa ... che si inserisce nella lunga linea di classici che parte da Lermontov e Pushkin», in Italia sono state tradotte da Spirali e Donzelli.