Alberi, Sos Amazzonia polmone del mondo

La vera sfida ambientalista
è fermare il disboscamento.
Il Brasile chiede aiuto alle multinazionali. Da tre anni la foresta si ritira più lentamente.
Il governatore
della Regione: "Possiamo
farcela"

E' la vera sfida per il futuro. Perché forse dipende tutto da qui, da questi sette milioni di chilometri quadrati che sono il più grande punto verde della terra. L’Amazzonia. Lei. La foresta, il polmone del mondo, forse anche il cuore. Il riscaldamento globale conta poco se il mondo decide di raccogliere l’sos Amazzonia. Frenare il disboscamento dell’area significa dare un domani all’umanità. Quello che gli ambientalisti forse hanno un po’ trascurato, adesso sta diventando il chiodo fisso del governo brasiliano e di grandi gruppi privati mondiali. Allora mentre il mondo discuteva a Bali il futuro del pianeta, qualche mese fa, il governo brasiliano annunciava trionfalmente un calo significativo del disboscamento in Amazzonia per il terzo anno consecutivo. La superficie di deforestamento del 2006-2007 (l'anno amazzonico va da agosto a agosto) oggi è la più bassa da quando esiste una misurazione scientifica. La superficie disboscata quest'anno è stata di 11mila chilometri quadrati. «Non è che stiamo celebrando, 11mila chilometri sono pur sempre tantissimi, e la nostra meta reale è deforestamento zero, ma sono comunque numeri molto positivi», disse Joao Paulo Capobianco, segretario esecutivo del ministero dell'Ambiente di Brasilia. C’è che il Brasile ha deciso di mettersi a lavorare davvero per non perdere la più grande ricchezza che ha. Il presidente Lula lo sa, lo dice, lo conferma: «Certo si vorrebbe sempre fare di più, e abbiamo la possibilità di fare meglio, ma la situazione in Amazzonia ci permette di andare a testa alta di fronte all'Europa e agli Stati Uniti. L'Amazzonia è nostra, e stiamo dimostrando che sappiamo occuparcene».

IL PRIMO PASSO È un passo avanti. Uno dei primi. Dicono che altri se ne faranno. Lo vogliono i 13 stati brasiliani che si dividono le competenze sulla grande foresta. «L'Amazzonia non è negoziabile», è lo slogan del ministro della Difesa del Brasile, Nelson Jobim. È uno slogan polemico contro Rajendra Pachauri, presidente del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), l'istituto dell'Onu che ha vinto il Nobel per la Pace 2007 con Al Gore, che aveva lanciato una provocazione mondiale sull’ipotesi di «abbandonare» l’Amazzonia per concentrarsi sul global warming. «È difficile accogliere le raccomandazioni fatte dalla Pachauri, così come quelle dell'Europa... loro hanno distrutto tutto, in Brasile dobbiamo occuparci di preservare l'Amazzonia che è un nostro tema». Il Brasile è compatto. E adesso trascina anche il resto del mondo che magari è scettico sull’allarmismo ambientalista sull’innalzamento delle temperature, ma sa che sull’Amazzonia non si può sbagliare. Lo vuole il pianeta. Lo pretende l’ecosistema mondiale: a 2,5 milioni di specie di insetti, 10mila specie di piante, e 2mila specie di uccelli e mammiferi. Secondo i dati, almeno 40mila specie di piante, 3mila specie di pesci, 1.294 specie di uccelli, 427 specie di mammiferi, 427 specie di anfibi e 378 specie di rettili sono stati classificati nella regione amazzonica. La diversità delle specie di piante è la più alta sulla terra e alcuni esperti valutano che un chilometro quadrato contenga oltre i 75mila tipi di alberi e 90.790 tonnellate di piante. Questo costituisce la più grande accumulazione di specie di piante e animali nel mondo. Un quinto di tutti gli uccelli vive nella foresta amazzonica.
IL MITO VERDE L’Amazzonia è il mito. L’hanno raccontato film e documentari, l’hanno interpretato romanzieri e fumettisti. Mister No raccontava la vita di Jerry Drack, un ex soldato statunitense rifugiato nella foresta brasiliana perché disgustato dagli orrori della seconda guerra mondiale. Nelle strisce volute da Bonelli, l’Amazzonia veniva fuori in tutto il suo splendore. È quello che cercano di riportare in luce i nuovi amanti della regione: la grandezza, l’imponenza, la forza, l’unicità. E tra coloro che lavorano con questo obiettivo c’è Eduardo Braga, il governatore dello stato dell’Amazzonia, il più grande dei 13 che si dividono l’intera foresta. Braga è arrivato in Italia per coccolarsi il progetto Yamazonia, la campagna di Yamamay che porterà centinaia di migliaia di euro nelle casse della fondazione creata per salvare la foresta. «Il presidente Lula e il governo statale stanno facendo tutto il possibile. Stanno facendo quanto mai era stato fatto negli ultimi trent’anni. Con l’aiuto delle grandi aziende ce la possiamo fare».