ALBERIGO La leggenda del Papa progressista

È morto a Bologna lo storico Giuseppe Alberigo. Aveva 81 anni e dirigeva la cosiddetta «officina bolognese» che, sotto la guida di Giuseppe Dossetti, ha orientato negli ultimi decenni molta della storiografia dedicata al Concilio ecumenico Vaticano II.
Nella vita di Alberigo, all’epoca poco più che trentenne, irrompe l’evento del Concilio, convocato da un Papa anziano che tutti credevano di transizione, Giovanni XXIII. Il giovane assistente universitario, destinato a prendere le redini del futuro Istituto per le scienze religiose di Bologna, è uno stretto collaboratore del cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo della città felsinea. È grazie al porporato che Dossetti, già deputato alla Costituente e vicesegretario della Dc, fattosi nel frattempo monaco, partecipa al Concilio - in qualità di segretario dei quattro cardinali moderatori, uno dei quali è lo stesso Lercaro - e Alberigo lo segue, collaborando alla piccola task force progressista. Il ruolo propositivo e influente di Dossetti e del suo gruppo è destinato a non durare molto, perché il nuovo Papa, Paolo VI, non apprezza particolarmente i suoi contributi e le proposte di regolamento dei lavori dell’assise in quanto, accettandoli, c’era il rischio di «trasformare il Concilio in un’assemblea parlamentare». Ma non c’è dubbio che proprio la linea interpretativa portata avanti dall’«officina bolognese» di Dossetti e Alberigo, che vede nel Vaticano II un evento epocale di rottura nella storia della Chiesa, una specie di Costituente mai chiusa, risulta vincente dal punto di vista accademico e più in generale culturale e mediatico.
Alberigo coordina un grande e approfondito lavoro storico sul Concilio Vaticano II, una storia in cinque corposi volumi, ma promuove e dirige molte altre pubblicazioni sulla storia recente della Chiesa. Si deve a lui, e alla sua scuola, la creazione del mito di Giovanni XXIII come campione del progressismo cattolico. Alberigo dimentica i tanti aspetti tradizionali dell’anziano pontefice bergamasco, il quale era sì un coraggioso innovatore, ma non certamente un rivoluzionario. Dai volumi dello storico e della sua scuola, che partecipa attivamente alla stesura della Positio per la beatificazione di Papa Roncalli, esce dunque una figura di Giovanni XXIII non sempre corrispondente alla realtà dei fatti, dei documenti, delle decisioni prese.
La simpatia per Roncalli si accompagna a una certa diffidenza per il suo successore (sotto molti punti di vista, invece, più moderno e riformatore): dai volumi sulla storia del Concilio, infatti, emerge un Paolo VI amletico e vittima della «minoranza conservatrice», condizionato dalla Curia romana. È certo che Dossetti e Alberigo, per il conclave del giugno 1963 che si celebra alla morte di Papa Giovanni, avessero riposto tutte le loro speranze nella candidatura di Lercaro. Ma è Montini a essere eletto. La scuola bolognese imputa a Paolo VI di avere in qualche modo affossato le spinte e le aperture del Concilio, di avergli tarpato le ali, di essersi chiuso sotto la spinta predominante dell’ala conservatrice della Curia. Emerge qui, in questa interpretazione, un altro degli assiomi che attraversano il lavoro storico di Alberigo e dei suoi collaboratori: la dialettica Papa-Curia vede sempre con occhio negativo la seconda, dipinta come elemento frenante. Finendo, nel caso di Paolo VI, per dipingere il Pontefice come debole, quando invece è ben documentato come la difesa costante del depositum fidei di fronte a certe proposte dell’ala progressista conciliare, e poi contro le sbavature e gli abusi della tempesta post-conciliare, fossero iniziative personali di Papa Montini.
Si rifanno alla scuola di Alberigo coloro che arrivano a contrapporre un non meglio definito «spirito del Concilio» alla sua lettera, finendo per dimenticare ciò che nei testi del Vaticano II è scritto. Lo scorso febbraio, poche settimane prima di essere colpito dalla malattia, Alberigo ha incontrato Benedetto XVI, al quale ha presentato la sua ultima fatica, il primo dei quattro volumi che raccolgono i testi critici dei decreti conciliari della storia della Chiesa. Un’iniziativa che, come peraltro i volumi sulla storia del Vaticano II, è stata oggetto di critiche da parte dell’Osservatore Romano. Proprio Papa Ratzinger - che sarebbe intenzionato a lasciare le sue carte alla scuola bolognese - nell’importante discorso alla Curia alla vigilia del Natale 2005 ha preso le distanze dall’ermeneutica del Concilio Vaticano II affermatasi in questi anni, definendo quella «della discontinuità e della rottura» come un’interpretazione che ha «causato confusione».
Non si può però fare a meno di osservare che all’«officina bolognese», che pure ha goduto di accessi privilegiati alle carte e ai documenti, altre scuole di pensiero non sono state in grado di contrapporre altrettanto approfonditi e completi studi storici. L’erede naturale di Alberigo, continuatore della sua linea di pensiero, è lo storico Alberto Melloni, editoralista del Corriere della Sera, principale fautore dell’«ermeneutica della rottura» in particolare fra i pontificati di Pio XII e di Giovanni XXIII.