ALCHIMIA La quintessenza della mente

Questa falsa scienza è come un fiume carsico nella storia dell’umanità Riemergendo, a esempio, nei rosacrociani o nella New Age. Un’antologia dei «testi della tradizione occidentale»

Alla parola «alchimia», che si dovrebbe forse pronunciare «alchìmia», associamo subito la medioevale ossessione, ristretta a pochi, della trasmutazione dei metalli, e tendiamo probabilmente a lasciar cadere lì l’argomento. A un gradino successivo d’attenzione possiamo riflettere sul fatto che era un’arte con la quale si credeva di convertire i metalli in oro, il metallo perfetto, e di creare pozioni capaci di guarire qualsiasi malattia. A un livello ulteriore di disponibilità riflessiva, si stabilirà che quest’arte, stata pagana prima che alto- e basso-medioevale, cercava la trasmutazione dei metalli vili attraverso l’individuazione di un unico principio attivo, la «quintessenza», la pietra filosofale, strada che doveva condurre all’elisir di lunga vita, alla sulfurea aspirazione faustiana dell’eterna giovinezza, tutte pratiche sospette che la Chiesa ovviamente s’affrettò a bollare come demoniache.
È forse lecito pensare che tali studi misterici, e le loro pratiche, si svolgessero in ambiti circoscritti e marginali, senza grande risonanza nel mondo, come dire, nel «lavoro» e in tutte quelle attività che esso macinava, dai commerci alle arti. Se Dante nel canto XXIX dell’Inferno si prende la briga di citare un falsario alchimista, da lui conosciuto personalmente e finito male («Sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,/ che falsai li metalli con l’alchìmia;/ e te dee ricordar, se ben t’adocchio,/ com’io fui di natura buona scimia»), è assai dubbio che, nei secoli di fioritura dell’alchimia, fra Tre e Quattrocento, il mercante o il calzolaio fiorentino, o il piccolo armatore veneziano impegnato a battere le coste dell’Istria e della Dalmazia, avessero per la testa l’alchimia. Insomma, del sogno alchemico, falsa scienza che presagiva peraltro la nascita, nella seconda metà del Seicento, di una scienza vera, la chimica, parrebbe di non poter parlare se non in termini storici.
Invece, è da questo nostro ultimo assunto in poi, nel senso di una sua implicita smentita, che sembra partire l’enorme lavoro esegetico, compilatorio, antologico, che è ora depositato in Alchimia. I testi della tradizione occidentale, a cura di Michela Pereira («I Meridiani. Classici dello spirito», pagg. CXXXVI-1566, euro 55). Infatti, come dice nel dottissimo saggio introduttivo la curatrice, la tradizione alchemica, con il suo simbolismo che aspira all’integrazione della mente col mondo, attraverserebbe, come un lungo fiume carsico dalla linfa nascosta, i secoli fino a noi alimentando la nostra cultura, «ma a cui possono attingere solo quanti non hanno paura di avventurarsi nel profondo».
Nelle sue vene, diverse per origine, contenuti, lingua, la tradizione alchemica, partendo dallo scopo originario di perfezionamento della materia, di cura del mondo, di purificazione di sé, si sarebbe col tempo arroccata nel mito, anche per un’orgogliosa diversificazione dalle scienze moderne, e si troverebbe radicata «nei gruppi esoterici ancora vitali e attivi nella realtà politica e nella cultura», come il movimento rosacrociano, per arrivare persino alla New Age. Cosa non si farebbe pur di rimanere abbarbicati all’irrazionalismo? Pur di rifiutare la vetusta ma sempre pericolosa idea di progresso, con le sue scienze sociali? Pur di sfuggire alla delusione delle ideologie per avervi demandato l’esigenza di risposte assolute, come nelle religioni? Pur di non liberarsi da una dolorosa ma seduttiva nostalgia di divino, quella che spingeva gli alchimisti a cercare di ri-creare il Paradiso, a ricevere forse i misteri dell’integrità di sé col mondo attraverso i segreti trasmessi dagli angeli caduti?
In quel «quanti non hanno paura di avventurarsi nel profondo» c’è quasi una velata minaccia, un affettuoso avvertimento paterno, anzi materno, trattandosi di una emanazione dello spirito junghiano, cui la curatrice pare particolarmente devota. Benché sembri che siano passati secoli (e per la fine dell’alchimia millenni) da quando una sessantina d’anni fa Carl Gustav Jung scrisse mirabili testi sullo spirito Mercurio, sui rapporti tra psicologia e alchimia, o meglio sugli apporti dell’alchimia alla psicologia, i suoi concetti fondamentali, secondo cui la simbologia alchemica riusciva a portare in superficie le strutture archetipiche della personalità umana utili alla rigenerazione dell’io, paiono resistere al tempo anche nella loro traslata applicazione. E chi ha avuto l’occasione di visitare la casa di Jung sulle rive del lago, a Küsnacht, vicino a Zurigo, e di vedere dipinte sulle pareti le sue figurazioni orientali, piene di sogno e di simbologie indiane e tibetane, non può non sentire ancora la suggestione del luogo e dell’uomo che l’abitò. E viene anche in mente un passo che concentra e relativizza il pensiero di Jung sull’alchimia: «Certo la produzione dell’oro e in genere l’indagine della natura chimica era una grande istanza dell’alchimia. Ma ancora più grande, più appassionante, sembra esser stata, non si può dire “l’indagine”, ma piuttosto l’esperienza dell’inconscio. Che per tanto tempo non si sia capita questa parte dell’alchimia - la sua mistica - dipende puramente dal fatto che nulla si sapeva dell’inconscio sovrapersonale e collettivo».
Lo sforzo prodigioso della curatrice di presentare e commentare una vastissima e significativa scelta di testi della tradizione alchemica, dallo pseudo-Democrito e da Zosimo di Panopoli a Giabir ibn Hayyan con tutta la sua scuola, da Ermete Trismegisto a Michele Scoto, da Stefano d’Alessandria a Ruggero Bacone, da Raimondo Lullo a Paracelso, e a decine d’altri autori, è inteso proprio nel senso di fornire un contributo al «significato filosofico della quête alchemica e del suo ruolo nella cultura europea», ruolo evidentemente ritenuto vivo e fluente. «Dire l’indicibile» sembra essere al fondo di questa quête, che, accanto a un atteggiamento di mistero e a una volontà di occultazione, presenta una proliferazione di testi, ripetitivi, apparentemente didascalici, ciascuno con apporti propri, tendenti tutti a un sapere che lotta di continuo con la sua intraducibilità in linguaggio, perché è un sapere che si può ottenere eventualmente attraverso l’esperienza intuitiva, attraverso una specie di aspirato donum Dei, che consentirebbe di penetrare la materia, di condurre la mente dentro le dinamiche naturali, nell’afflato di una trasformazione della realtà, di una riunificazione e scambiabilità di corpo e spirito, di alto e basso, di maschio e femmina.
Ma tutto ciò rimase, nella tradizione alchemica finché durò, una lotta, non riservata all’alchimia soltanto. Senza nostalgia dell’Eden, non hanno cercato forse di dire l’indicibile don Chisciotte, la signora Bovary, Gregor Samsa, Bloom?