Alejandra Pizarnik e la contessa di sangue e versi

Non marchesa ma contessa: almeno dacché - quindicenne - andò sposa bambina al conte Ferenc Nádasdy, capitano delle truppe dell’Alta Ungheria e, sposandolo, conquistò la nobiliare dimora transilvana - il castello di Csejthe -, blasonato dono di nozze del marito e regno dei suoi efferati amori adulterini. Non divina ma assatanata: tanto che, nel suo maniero nuziale ai piedi dei Piccoli Carpazi si finì per murarla viva, perché vi trovasse la morte e l’esorcismo alla possessione che ne aveva fatto una diabolica assassina. Fu questa la fine della sanguinaria Erzsbet, nata Báthory (nel 1560), morta Nádasdy (nel 1614) e apparentata - più strettamente che al consorte, defunto presto abbastanza da fare della dark lady una giovane vedova nera - al «divino marchese» De Sade: non tanto per comuni aristocratiche discendenze né per numinose ascendenze, quanto per un’identica ferocia nei piaceri, per la spietatezza negli amori, per la bramosia di sondare in eroticis gli oscuri, tetri legami tra la passione e il patimento, l’orgasmo e l’agonia, il sesso e la morte. Il demone del sadismo la prese precocemente, e con impeto tale da indurla a straziare e uccidere - nel giro di sei anni e nella cerchia merlata delle mura del suo romitaggio - oltre seicento vergini. La prese due secoli prima di colui che avrebbe dato il proprio cognome a un modo impronunciabile dell’ars amandi e impresso il conio a un aggettivo («sadico») utile a esorcizzare l’ineffabile perversione trafiggendola con il paletto di una definizione. Non s’inventarono parole nuove per la castellana che fu perfino madre, suo malgrado, di quattro figli allontanati da lei uno dopo l’altro ancora in fasce, ma che non è la capostipite di una discendenza sessualmente deviata da battezzare col titolo della sua famiglia. Né la risoluzione del Conte Palatino Thurzò che, su istigazione di Rodolfo II d’Ungheria, ne decretò la condanna alla reclusione mortale, valse a esorcizzare i suoi poteri se, ancora negli anni Settanta del Novecento, «La contessa sanguinaria» esercitava la sua fatale attrazione sulla poetessa argentina Alejandra Pizarnik. Non parole nuove ma parole d’arte le intitolò nel 1971 l’autrice che per caso nacque a Buenos Aires (nel 1936), per errore si firmava Pizarnik (mala trascrizione dell’originario Poztharnik, storpiato da un funzionario dell’immigrazione il giorno in cui suo padre Elias, ebreo, approdò dalla Russia alle coste del Sudamerica), e per finta si fece chiamare Alejandra (lei che era Flora fino al 1958 del suo debutto poetico con un rinnovato nom de plume). Parole intagliate con la trasparenza di un cameo nei dodici medaglioni di cui si compone La condesa sangrienta, tradotto e curato da Francesca Lazzarato per Playground (pagg. 60, euro 7). Dodici quadretti raffinati come miniature, emblematici come incisioni allegoriche, dipinti per raffigurare dodici scene intraviste spiando nelle segrete di Csejthe. Incursione spericolatissima, la sua: arrampicandosi fino alla fortezza o scendendo i suoi umidi scaloni il rischio più prevedibile era quello di scivolare e cadere nel più scontato horror kitsch. Ma Alejandra, invece di calcare la mano sul disegno del «castello di pietre grigie, poche finestre, torri quadrate, labirinti sotterranei» cinto «di funesta solitudine e di mura che soffocavano qualunque grido» dove la contessa imprigionava le sue vittime, sfuma su «la silenziosa galleria di echi e specchi che è l’anima malinconica» della sua folle protagonista. Invece di descriverne gli occhi folli e la crudezza dello sguardo gelido, ne ritrae il pallore silenzioso, acceso dal tiepido lume in cui ardeva l’olio aromatico del gelsomino. E più che mettere a fuoco il noioso arsenale dei suoi strumenti di tortura - la gabbia, la goccia, l’automa di ferro, l’attizzatoio -, punta il riflettore sulla noia della dama famelica di piaceri, sull’incontentabilità della sua fame di bellezza, sulla sua ansia disperante di possedere e trattenere la giovinezza. Compiuta e incorniciata la composizione eseguita dal vero a imitazione di uno storico personaggio e del suo mondo, si presenta come un’opera suggestivamente ambigua. È un racconto erotico senza sensualità. Una fiaba gotica senza lieto fine. Un poema scritto in prosa da colei che con i versi di La figlia dell’insonnia (Crocetti, 2004) aveva esordito ventenne. Una narrazione profetica pronunciata un anno prima di morire suicida (per un’overdose di sedativi, nel settembre del ’72) e resa pubblica un quinquennio in anticipo sulla propria realizzazione: dal ’76, infatti, azzarda la curatrice, l’Argentina si trasformò in un immenso Csejthe, teatro delle desapariciones di una generazione di giovani uccisi e scomparsi. Suggerimenti tutti plausibili: nei sotterranei del castello tutto si assomiglia. La contessa sanguinaria al marchese divino. Le storie vere del ’600 transilvano alle cronache nere del ’900 argentino. Erzsbet assetata di sangue e sazia di noia ad Alejandra che nemmeno rinascendo alla scrittura poté sfuggire a se stessa e alle proprie paure.