Allarme scissione per il Belgio «Due Stati, Fiandre e Vallonia»

Il Belgio rischia di spaccarsi in due, o forse in tre. Ma non sembra che la cosa preoccupi più di tanto l’Europa e tantomeno i belgi stessi. D’altra parte, in un Paese dove il premier incaricato è il primo a definire lo Stato che sarebbe chiamato a governare «un incidente della storia», non si può certo meravigliarsene. Sta di fatto che gli elettori, recatisi diligentemente alle urne lo scorso 10 giugno, stanno ancora aspettando la formazione di un esecutivo. E sono proprio le circostanze di questo assurdo stallo a spingere gli analisti internazionali, ma anche parte del mondo politico belga, a prendere apertamente in considerazione l’ipotesi della dissoluzione di uno Stato che esiste da quasi 180 anni.
Ricapitoliamo i fatti a uso del lettore. Il Belgio, per duemila anni soggetto ai più vari conquistatori stranieri, si separò dall’ultimo padrone, l’Olanda, nel 1830, diventando una monarchia. Nel ventesimo secolo la sua integrità nazionale è stata violata per due volte senza ritegno dai tedeschi, ma è stata concretamente messa più a rischio dai belgi medesimi; quelli del nord (le Fiandre) parlano il fiammingo, ossia l’olandese, mentre quelli del sud (la Vallonia) sono francofoni: lingue (e teste) più diverse è difficile immaginarsele e infatti fiamminghi e valloni non hanno mai nascosto di detestarsi. La separazione in casa, ovvia conseguenza di un matrimonio fallito, è avvenuta nel 1993, quando il piccolo Belgio (30mila kmq: Piemonte e Val d’Aosta più Liguria, per intenderci) si frantumò in tre regioni federate: Fiandre, Vallonia e Bruxelles città. A complicare la faccenda fu concessa autonomia linguistica anche ai belgi di lingua tedesca, che sono poche migliaia. Una babele in miniatura, impietosamente applicata a ogni aspetto della vita pubblica.
Il groviglio diventa inestricabile quando i belgi vanno a votare. Perché lo fanno in base a rigide barriere linguistiche: i fiamminghi votano partiti fiamminghi (per lo più di destra), i valloni partiti francesi (per lo più di sinistra). E succede poi che i partiti «fratelli» (si fa per dire) dei due Belgi di fatto esistenti non si parlano nemmen quasi tra di loro, figurarsi con quelli dell’altra sponda politica. Da qui la melma improsciugabile dello stallo.
La figura del premier incaricato, e ormai non più tale, certo Yves Leterme, democristiano fiammingo, è esemplare. Già celebre per la frase riportata all’inizio, è diventato leggendario quando, richiesto da un giornalista di intonare le prime strofe dell’inno nazionale, la Brabançonne, è diventato rosso come un peperone, per poi sbracare attaccando la Marsigliese, che come sanno perfino gli italiani è l’inno della vicina Francia. Leterme ha completato il capolavoro argomentando che a suo dire i belgi hanno in comune ben poche cose: il re, la nazionale di calcio e «qualche birra». Sul re va però notato che la Costituzione lo definisce sovrano non «del Belgio», ma «dei belgi»: non sembra una casualità.
Questi belgi, comunque, non appaiono del tutto impreparati all’eventualità di un divorzio tra cugini. Già lo scorso dicembre, quando i programmi della Tv nazionale in lingua francese furono interrotti dall’annuncio (poi rivelatosi una burla) che il Parlamento delle Fiandre aveva proclamato l’indipendenza, il Belgio aveva cessato di esistere e il re era partito per l’esilio, moltissimi ci credettero senza difficoltà. Gli ultradestri nazionalisti fiamminghi del Vlaams Belang soffiano sul fuoco della scissione e gli ultimi sondaggi danno suoi i fautori ancora in minoranza, ma non di molto. Sui giornali circolano due principali ipotesi sul futuro del regno moribondo: Fiandre e Vallonia indipendenti (taglio chirurgico alla cecoslovacca), oppure (meno gettonata), Fiandre con l’Olanda e Vallonia con la Francia. Resta il dubbio Bruxelles, dove le due etnie convivono più o meno di malavoglia. Si vaneggia di un Distretto europeo sulla falsariga di Washington D. C. Ma in questo continente sbriciolato parlare di Stati Uniti d’Europa fa un po’ ridere, al momento.