"Allegri? Tutto chiarito Ho voglia di impresa e S. Siro ci deve aiutare"

"Il Milan in cui giocavo poteva andare in campo senza studiare i rivali. Noi no Non siamo alla loro altezza, ma..." Berlusconi ancora in visita alla squadra

MilanelloForse è meglio così. Forse è meglio sottoporsi subito alla sfida che può liberare il pessimismo più cupo o moltiplicare l'entusiasmo contagioso delle ultime ore. Forse è meglio chiudere adesso la partita personale con Allegri cominciata in un pomeriggio livido al campo Vismara, «incomprensioni chiarite» è la definizione di queste ore serene e mature, davvero suturato lo strappo. Forse è meglio così per il Milan che arriva da due tappe vinte e qualche crepa sui muri perchè Pippo Inzaghi ricorda e puntualizza che «non ha niente da perdere» e che il vero appuntamento è tra qualche mese, intorno a Natale, per misurare lo spessore della squadra e decifrarne il futuro. «Per tenere testa alla Juve ci vuole l'impresa» è l'idea trasferita da Pippo al gruppo in un venerdì pieno di umidità ma riempito dalla presenza di Silvio Berlusconi in veste di motivatore per i rivali della Juve e di precettore per il settore giovanile, concluso da una bella foto-ricordo con i ragazzi. Solo Silvio Berlusconi, il presidente, ascoltato come un oracolo, può permettersi di tenere inchiodato sotto la pioggia tutto il Milan schierato sul campo principale, di far spostare di mezz'ora l'allenamento per stimolare Menez (il francese non si tocca e non si sposta, Torres va in panchina) e Abbiati, tornato titolare per il ko di Diego Lopez e poi alla fine ricordare ai primavera che «non tutti diventerete campioni» e «sarà bene studiare le lingue, impegnarsi per un futuro diverso dal calcio».

Il paragone con la Juve padrona è ancora impossibile e Inzaghi non è così vanitoso da nasconderlo. Anzi, è quasi spietato nel descrivere in modo didascalico la distanza che esiste col suo Milan acerbo e indefinito. Eccola: «Loro sono pieni di certezze, non prendono gol dal 28 di aprile, noi non siamo alla loro altezza e avremo bisogno del sostegno di San Siro (tutto esaurito, ndr)». Nessun accostamento al Milan d'antan, quello di Pippo e Kakà per esempio, di Manchester e di Atene, di Yokohama. «Quello poteva permettersi di andare in campo senza informarsi dell'avversario» è il ricordo di Inzaghi che invece ha consumato le ultime ore a mostrare tabelle e video, a dispensare suggerimenti per El Shaarawy che non deve mollare di un solo metro Litchsteiner o consigli per De Jong chiamato a costruire una gabbia per Tevez che mise il sigillo all'ultima sfida col Milan a San Siro. Niente voli pindarici, niente sogni di gloria, allora per chi conosce quanto sia complicata e lunga la costruzione di una squadra venendo dal deserto. «Prendiamo troppi gol? Mi sarei meravigliato del contrario se avessimo risolto tutti i problemi visti l'anno scorso e riassunti dall'ottavo posto in 50 giorni. Scudetto? Io sono realista, non so dove arriveremo» è il suo ammonimento per chi attribuisce persino al presidente Berlusconi pronostici tricolore.

A rendere Pippo e tutto il Milan pacatamente eccitati sono anche le parole spese dai suoi in settimana, da Honda «che si allena anche a casa e negli spogliatoi», oppure l'esito del colloquio a Ibiza con Menez «dal quale capii in due minuti che aveva la testa giusta». Forse il risultato più strepitoso è aver conquistato la stima del presidente che adesso non manca una sola settimana a Milanello e che a tavola con Pippo e Galliani rievoca i tempi del suo acquisto dalla Juve, «quando c'era un altro mondo in giro per le strade del Belpaese». E anche un altro Milan.