Allora parlava l’Avvocato adesso parla Lapo...

Ci sono tante chiavi di lettura per la crisi della Juve. Molte sono tecniche, una è questa: se ti arriva al campo l’Avvocato è una cosa, se ti arriva Lapo è un altro. Bisognerà pur dirlo, prima o poi: tra Gianni Agnelli e il nipote non ci sono soltanto due generazioni di differenza, ma due galassie di carisma. E gli effetti si vedono soprattutto in momenti come questo.
Chi se lo dimentica. Indimenticabile l’era precedente del casato bianconero, quando sulla società e sulla squadra aleggiava la personalità del temuto Avvocato. Lo amassero o lo odiassero, tutti avvertivano il peso incombente della presenza. Anche se stava a Tokyo o a New York per i suoi affari. Bastava una parola. Fiato sospeso tra dirigenti e giocatori. Tra i giornalisti un tam-tam febbrile, spesso ai limiti del servilismo. Telefonate repentine degli inviati in redazione: «Ha parlato l’Avvocato». Era come un messaggio in codice. Apertura di pagina, titolo enorme. A prescindere. Anche se l’Avvocato diceva «Ciao». Tutta Italia aveva questa convinzione: era solo «Ciao», ma come lo diceva lui non lo diceva nessuno. Era pieno di significati.
La Famiglia, allora, conferiva una grande sicurezza alla Juve, ma diffondeva anche quella leggera e salutare insicurezza tra i dipendenti bianconeri. Tutti sapevano di essere molto amati, persino molto coccolati, ma anche d’essere costantemente sotto osservazione. Di avere addosso l’occhio severo del padrone. Un mito capacissimo di presentarsi al campo nei momenti più impensabili, o di tuonare con parole indiscutibili, cambiando i destini del gruppo. Come definire tutto questo? Autorevolezza, semplice autorevolezza, nient’altro che autorevolezza.
Anche Lapo, sfruttando la discrezione di fratelli e cugini, ultimamente s’è preso la briga di parlare, raccogliendo l’eredità del nonno. Come usava una volta, ha lasciato calare sulla squadra il messaggio della Famiglia. Le frasi vorrebbero suonare ancora come anatemi: «A Bari partita raccapricciante», «Adesso tocca ai giocatori dimostrare se sono uomini». Ma ci si capisce: non è lo stesso. Bisogna mettersi nei panni del calciatore medio. Un conto è quando parla l’Avvocato, un conto è quando parla Lapo. Diciamola tutta: la differenza è percepita anche da chiunque di noi. È umano. Le colpe dei padri non ricadono sui figli, ma neppure le doti dei nonni rifioriscono nei nipoti. Le stesse parole possono avere un peso specifico molto diverso. Dipende dal peso di chi le pronuncia.
Senza offesa: Lapo è un Agnelli - anche se di cognome fa Elkann - ma non è Agnelli. Lasciando da parte parentele e legami di sangue, per costruire una reputazione, un prestigio, un’autorevolezza, contano pensieri e opere. Lapo ha davanti tutta una vita, ma finora si è segnalato soltanto per evoluzioni da Marrazzo sabaudo, per sfondoni lessicali a «Striscia la notizia» e per non meglio precisate idee geniali di marketing. A suo credito, indiscutibilmente, il successo della felpa con il marchio Fiat. Però bisogna essere chiari: i suoi avi non hanno fatto la felpa, hanno fatto il marchio.
Nessuna sorpresa, allora, se la Juve vive questa stagione di smarrimento. Senza una stella polare, è dura per chiunque. Una volta parlava l’Avvocato, ora parla Lapo.