ALPI APUANE Quel marmo è da dipingere

A Seravezza opere del XIX e XX secolo dedicate al mondo dei cavatori. Fra incantevoli paesaggi montani e temi sociali

È un lavoro antico, duro, difficile, quello dei cavatori di marmo delle Apuane, l’oro bianco estratto dalla terra. Chi ha avuto l’occasione, come la scrivente, di andare di persona sulle cave, si è reso conto della pericolosità e del fascino del taglio e del trasporto a valle di quei blocchi bianchi, tra grida umane e rotolii di pietra. Pezzi di marmo bianco e dorato, che lasciano la montagna, per trasformarsi in architetture e statue. E lì, su quelle cave assolate, tra mare e montagne, non si può fare a meno di pensare a Michelangelo che, giovanissimo, andava a scegliersi la pietra e la vena giusta, per scendere a valle e mangiare nelle taverne del tempo insalate e aringhe (è rimasto un suo dettagliato conto con l’elenco dei cibi).
La bellezza dei luoghi e l’imponenza primordiale del lavoro non poteva non colpire la sensibilità degli artisti, che nell’Ottocento hanno cominciato a ritrarre paesaggi e lavoratori. E oggi, una bella e insolita mostra curata da Enrico Dei e Andrea Baldinotti lo ricorda, con ottantadue opere tra il 1860 e il 1997 e un ricco catalogo (Bandecchi&Vivaldi Editori). Si tratta di dipinti di grandi artisti toscani, o che in Toscana soggiornarono, e di una serie di disegni di notevole interesse, come le diciotto Vedute ad acquerello delle cave di Carrara, del 1810, di Saverio Salvioni, che documentano in dettaglio le attività di estrazione, lavorazione e trasporto del marmo.
Tra i primi dipinti non poteva mancare Michelangelo che sceglie i marmi per le sue opere, firmato tra il 1860 e il 1863 dal pisano Antonio Puccinelli: un barbuto Buonarroti che, con mano esperta, tasta la pietra per individuare il pezzo giusto da far tagliare. A colpire romantici, realisti, macchiaioli, simbolisti è il paesaggio apuano, con la sua vita legata al marmo, alla pastorizia, al mare. Dalla Pastorella con pecore nel paesaggio apuano di Lorenzo Gelati del 1865 circa alle Cave di marmo e cavatori di Charles Henry Poingdestre del 1876, dalle Alpi Apuane di Nino Costa del 1880-1884 alla Prima luce sulle Apuane di Angelo Tommasi del 1895, è tutto un susseguirsi di sole, luce, natura intonsa, tra verde, azzurro e qua e là «oro» bianco, spezzato in cubetti o grandi schegge, come raccontano le tele di Claudio Markò e Giuseppe Viner.
Il livornese Plinio Nomellini, che dal 1902 si era trasferito a Torre del Lago, punta su temi sociali nella sua tela dal divisionismo fluido, con Il ritorno dal lavoro dei cavatori, che accompagnano i blocchi di marmo. Il viareggino Lorenzo Viani dedica molti dipinti alle montagne della sua terra (Monte Costa, 1920) e ai poveri, sfiniti, cavatori (Vecchio cavatore e Cavatori apuani, entrambi del 1920-21), resi con tratti aspri e geometrici. Anche il fiorentino Alberto Magnelli riserva i suoi migliori dipinti astratti a quelle pietre bianche (Pierres, 1933), simbolo di storia e cultura come indicano i libri posti sui tronchi di marmo.
Nella prima metà del Novecento i vari realismi immortalano in ogni dettaglio il lavoro umano, come nel sintetico dipinto I cavatori, del 1950 circa, del mantovano Ugo Celada da Virgilio, in cui i due uomini, non più derelitti come in Viani, sono diventati grandi eroi, con i loro muscoli, le loro mani che impugnano scalpelli, le loro spalle forti, i loro scarponi chiodati. Un dipinto eccezionale, su cui ci sarebbe da parlare per ore.
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LA MOSTRA
«L’oro delle Apuane», Palazzo Mediceo, Seravezza (Lucca). Fino al 7 ottobre. Info: 0509711343.