Altro che illusione Quando il mito è più reale del vero

Nella nostra concezione comune il mito appartiene al mondo della fantasia, contrapposto a quello della realtà. Ma la storia dell’uomo insegna che non è sempre stato così, che non è così in molte parti del mondo, e che la realtà del mito è molto più potente, complessa e fondante di quanto pensi l’uomo occidentale moderno. Il mito, scriveva il grande storico delle religioni rumeno Mircea Eliade, è il racconto tramandato di un evento accaduto ai primordi, alle origini della storia dell’uomo. Una realtà viva e operante, aggiungo, anche quando il suo inconsapevole portatore dorme, quando cioè non ne percepisce più la presenza, pur se, in sogno o in stati di alterazione psichica quotidiani e non necessariamente traumatici (attimi di paura, panico, gioia, commozione, dormiveglia, incontri) ne è visitato e sollecitato.
Il mito non è illusione e non va identificato con la sola mitologia greca, come è accaduto e accade. Non è prerogativa di una sola civiltà, ma una realtà anche ora presente in molte culture: gli indiani d’America Pawnee distinguono tra storie vere e storie false, dove le vere sono quelle relative alla nascita del mondo, riguardanti dèi ed eroi, cioè mitiche, e false quelle di argomento non cosmologico e religioso. Le storie vere sono quelle sacre, false quelle profane. Anche in Australia, in Africa, in California e New Mexico, per limitarci a pochi esempi, solo le storie riguardanti la creazione sono vere, tutto ciò che non riguarda il sacro è falso.
Il mito è quindi il legame dell’uomo con la propria origine, l’origine sacra dell’universo e del mondo. Identificarlo con una sua manifestazione storica, la religione greca, è errato: già Omero criticava i suoi dèi, illusori, ingannevoli, capricciosi, Calipso ne maledice la crudeltà, Ulisse ne vede l’inutilità di fronte alla nostra vita ultraterrena, ridotta a mondo di pallide ombre. Eschilo, con il suo Prometeo punito da Zeus per aver troppo amato l’uomo, si ribella al pantheon greco, non al mito.
Una straordinaria via d’accesso allo studio di questa realtà, alle inscindibili conseguenze di confronto-conflitto Oriente Occidente, e di contrapposizione tra diverse visioni del mondo, si trova nel saggio Monoteismo e politeismo di Raffaele Pettazzoni (Medusa, pagg. 224, euro 22), un libro da affiancare ai tanti noti, di Eliade e non solo. Ma uno dei più importanti: raccoglie e seleziona scritti del fondatore della storia delle religioni, di cui fu titolare della prima cattedra in Italia, alla Sapienza di Ronma. Nato nel 1883 e morto nel 1959, interpretò meravigliosamente il passaggio tra i due secoli, con una riflessione fondamentale sull’uomo come essere religioso. I suoi saggi sul mito, su monoteismo e politeismo, sul metodo comparativo, sui rapporti tra religione e cultura, tra Oriente e Occidente, sulle religioni dei misteri, fondamentali e illuminanti, sono oltremodo necessari oggi, in questo Paese, proiettando il passato nel presente: come ben scrive nell’introduzione il curatore Pier Angolo Carozzi «gli italiani, nella stragrande maggioranza, anche se colti, appartenenti ai due schieramenti di credenti (cristianio-cattolici) e non credenti (agnostici o atei) sono sostanzalmente ignoranti, cioè non conoscenti, di problematiche religiose».
In un momento in cui masse di uomini di altre etnie e religioni approdano al nostro Paese come attuali e futuri cittadini, la conoscenza della realtà religiosa dell’uomo diviene indispensabile. Per capire gli altri, ma anche per conoscere noi stessi. Le differenze culturali e religiose sono, per Pettazzoni, elemento drammatico di stimolo, il conflitto non è necessariamente negativo. Espresse esemplarmente questo concetto nel suo testamento spirituale, dove riassumeva lo studio delle religioni come l’avventura in quel sentimento di simpatia universale che affratella le culture e le fedi diverse: «Il mistero che rivelato ci divide e sofferto ci unisce, sotto tutti i cieli, d’Oriente e d’Occidente».