Amò le streghe e (forse) anche il Diavolo

È tuttora incerto se abbia stipulato un patto col diavolo come si mormorava o volesse attirare l’attenzione su di sé lasciandolo dire. Fatto sta che il vescovo di Nizza, Galvano, gli negò sepoltura religiosa.
Il cinquantottenne aveva cercato nella mite Provenza sollievo dalla tisi che lo attanagliava. Ormai afono, comunicava per iscritto con Achille, l’unico figlio, avuto 16 anni prima dalla cantante Antonia Bianchi, che gli faceva da fedele infermiere. Ma il Nostro era agli sgoccioli. Un tiepido crepuscolo di maggio, fu colto da un attacco di tosse e morì. Seguì una notte di luna piena in cui i vicini giurarono di aver visto il morto prendere un legno con le mani ossute e udito diffondersi un lamento struggente.
Le severe disposizioni di Galvani erano state prese per via della vita «notoriamente dissoluta» del defunto e per il suo rifiuto ostinato dei sacramenti. La campana a morto non doveva suonare, né il corpo essere inumato in terra consacrata. Gli amici supplicarono allora il vescovo di Genova di accogliere la salma. Costui, facendo orecchio da mercante, suggerì di chiedere asilo ai protestanti o agli acattolici. I protestanti però rifiutarono e i laici non avevano un proprio cimitero, né a Genova, né a Nizza. Nello sconcerto del momento, si pensò perfino di deporre la salma sul greto di un fiume o in qualche luogo recondito. Poi prevalse il buon senso e si decise di imbalsamare il corpo in attesa di una soluzione.
Durante le operazioni, ci fu un viavai di visitatori al letto di morte. Al lume di candela, l’aspetto del defunto era impressionante. Il volto aveva un rictus diabolico, le guance vizze sembravano pergamene incise da rughe profonde. La testa, avvolta in un turbante per le esigenze della mummificazione, pareva celare le corna del diavolo. Sfilando, alcune donne urlarono, altrettanti uomini svennero.
Nel frattempo, Achillino aiutato dagli amici del babbo si era appellato a papa Gregorio XVI perché annullasse gli anatemi curiali e concedesse la sepoltura religiosa. In omaggio alla celebrità del defunto, il Pontefice aprì subito l’istruttoria per verificare la consistenza delle voci sul presunto patto col diavolo. Ma andando l’indagine per le lunghe, si dovette trovare al morto una sistemazione provvisoria. Fu rinchiuso in una bara di zinco, doppiata da una in legno chiaro e portato via. Dove poi sia stato deposto è rimasto ignoto. Tanto che ne nacquero favole. Chi lo diceva abbandonato nei sotterranei del lazzaretto, chi ai margini del cimitero. La più insistente e romantica delle voci fu fatta propria da Guy de Maupassant.
Stando al suo racconto, il feretro sarebbe stato sotterrato in una fossa, detta perciò «buca di XY», su un isolotto antistante Nizza, Saint Ferréol. Tre anni dopo, un pugno di ardimentosi venuti in barca da Genova trafugò la salma portandola in quella che era stata la residenza preferita del defunto, Villa Gajola a Parma, dove Achillino la prese in consegna. La duchessa Maria Luigia concesse il nulla osta per la sepoltura nel parco, tra l’inquietudine dei vicini che sentivano provenire dall’urna note struggenti nelle notti di plenilunio e in quelle di temporale. Finché, 17 anni dopo la sua apertura, l’istruttoria pontificia si concluse con l’assenso all’inumazione nel camposanto parmense. Qui, giace tuttora il Nostro.
Di umile famiglia, nacque in una viuzza dell’angiporto di Genova detta Passo di gatta mora. Secondo di cinque figli di un imballatore portuale, si dimostrò presto un istrionico poco di buono. Diciannovenne, cominciò una convivenza, durata tre anni, con una nobildonna toscana che lo ospitò in una villa nei pressi di Lucca. La sua fama di funambolico strimpellatore gli attirò le attenzioni di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, e reggente dello staterello. La principessa, incapricciata di lui, lo nominò suo musico personale. Il Nostro, con una minugia stesa su legno d’acero, sapeva imitare i trilli dell’usignolo o suoni di strumenti, come flauti, trombe e corni. Per compiacere la protettrice, traeva dal marchingegno anche le note della Carmagnola, la danza dei rivoluzionari di Parigi attorno all’albero della Libertà, e altre di sua invenzione che dedicò a Napoleone.
Ispirandosi a un’opera di Suessmayer, trascrisse per il suo aggeggio, detto Guarneri del Gesù, una composizione che chiamò Le streghe, dando inizio alla sua nomea di indiavolato. Suessmayer era infatti colui che completò alla morte di Mozart il famoso Requiem commissionato al salisburghese da un misterioso uomo in nero apparsogli di notte. Queste lugubri circostanze unite all’inumana abilità del Nostro nel manipolare il budello di castrato dettero il via alla leggenda del suo patto col diavolo. Quando poi cominciò a esibirsi sui palcoscenici di tutta Europa, la fama si rafforzò per l’aspetto spettrale del teatrante. Alto, secco, mortalmente pallido, dinoccolato all’eccesso. «Quando fa i suoi inchini, si teme che i piedi si stacchino dal tronco e che tutto l’uomo precipiti al suolo in un mucchio d’ossa», scrisse il medico praghese che per primo gli diagnosticò il male che doveva portarlo alla travagliata sepoltura.
Chi era?