Amato alle veline preferisce il velo

«Avete battuto sul tempo anche il Financial Times riconoscendo che l’Italia si avvia ad essere un Paese in cui la donna o viene presentata come una pin-up o non è. Lo trovo scandaloso, io che più volte ho rimpianto il primo femminismo con cui spesso litigavo, ma che era sanamente virulento nell’opporsi a questa visione della donna». Sarà il caldo, gli anni che passano inesorabili, il trasformismo che diventa a ogni cambio di casacca più faticoso, sarà che non è facile appartenere al governo più pazzo del mondo senza perdere almeno un po’ la testa, ma il ministro dell’Interno Giuliano Amato una ne fa e cento ne pensa. Le gaffes sono in agguato, quando si parla di tutto senza pensare. C'eravamo appena dimenticati, forse, della tradizione siculo-pakistana sciorinata per spiegare le violenze sulle donne musulmane, e arriva la nuova versione dell’Amato pensiero. L’Italia è senza speranza, le donne ridotte a veline e letterine con le carni esposte. Le ragioni? Amato non le specifica, ma è evidente che non si ritiene imputato, come esponente di una classe politica al governo da una trentina d’anni. È di altri la colpa: la stampa, la tv, l’America, Berlusconi.
Per la verità ieri a Roma non c’era solo Amato a sciorinare pensieri in libertà di fronte a una cosiddetta Consulta giovanile per il pluralismo interreligioso, una di quelle commissioni, inutili quando non dannose, delle quali questo governo si è dimostrato specialista, e che ha fondato sei mesi fa con gran pompa. C’erano anche Barbara Pollastrini e Giovanna Melandri, ad accogliere un documento di otto cartelle che si chiama «Donna e società». Ma la parte del leone l’ha fatta lui, le signore erano pure comparse, in nome, appunto, del maschilismo italiano denunciato dall’infallibile Financial Times.
«È una vergogna - ha proseguito infatti il ministro - che sia necessaria una legge affinché le donne siano rispettate come esseri umani e non come corpi da osservare: una vergogna che si estende alla stampa, alle agenzie pubblicitarie, alla politica. E che evidentemente riguarda anche gli Stati Uniti, visti gli spot dei principali candidati alle presidenziali». Qui entriamo nel campo del surreale, e scopriamo che, alla soglia dei 70, Amato ci è diventato anche antiamericano, dopo aver costruito una carriera sul fatto che lui a Columbia University è di casa.
Poi veniamo a sapere che nel documento dei componenti della Consulta tanto cara al ministro c’è scritto che «vanno condannate immagini che tendono a costruire un modello femminile svuotato di contenuti ed eccessivamente affidato a una dimensione stereotipata della corporeità». Troppo giusto, non saremo qui a difendere la superiorità della Velina, e ci pare normale, doveroso, che a lavorare una signora ci vada in tailleur, niente scollatura e tacco medio. Ma non sono certo le forme delle veline la ragione dell’arretratezza della condizione femminile in Italia.
C’è una classe politica che quando ha sentito parlare delle quote rosa, con tanta passione propugnate dal ministro Stefania Prestigiacomo, ha fatto un bel muro, per salvarsi il posto. E in questo governo si ciancia di Dico, variandone il nome, non certo di pari opportunità. Infine, last but not least, fra i giovanotti della Consulta dei giovani, ce n’è uno che piace tanto ad Amato, con cui si consiglia spesso e volentieri. Si chiama Osama Al-Saghir, presidente dei Giovani Musulmani d’Italia, un Fratello Musulmano della scuola di Tariq Ramadan. L’ultima volta che ha presieduto una riunione, da un lato erano seduti i maschi e dall’altro le femmine, e l’argomento principale era l’apologia del velo. Una ragazza è intervenuta ribadendo la sua scelta di non indossarlo, ma è stata fischiata e additata come una poco di buono, tanto che lo stesso Osama Al-Saghir è dovuto intervenire auspicando che il prossimo anno la ragazza ritorni, ma velata. Perché, come Al-Saghir ha affermato, il velo è un obbligo religioso.
Se il rifiuto della corporeità è questo, è lo stramaledetto velo, caro Amato, viva le veline.
Maria Giovanna Maglie