Gli amici si vedono nel momento del sogno

Quando Alberto Garlini ne incrocia il destino, a metà degli anni Novanta del secolo scorso, Pierluigi Cappello vive a Chiusaforte in una casa di legno regalata dagli austriaci agli italiani dopo il terremoto del Friuli, con i ratti che di notte banchettano in cucina. Ha pubblicato una raccolta di liriche, Le nebbie e ha ambizioni di tipo formalistico che ne fanno un poeta distante dal letterato scandalizzato dall'ingiustizia, divenuto in seguito un nome così noto da suscitare l'interesse della regista Francesca Archibugi. Inchiodato sulla sedia a rotelle, a Garlini Cappello appare come una persona ilare, che evita di soffermarsi sulla sua condizione.

Il canto dell'Ippopotamo (Mondadori) è la storia dell'amicizia fra il romanziere di Fútbol bailado e il poeta di Parole povere (scomparso nel 2017) nonché il capitolo di un'autobiografia nella quale Garlini ricostruisce una fase turbolenta della sua gioventù. Nato a Parma, laureato in giurisprudenza, Garlini si è appena licenziato dallo studio in cui avrebbe dovuto affilare i ferri del mestiere di magistrato per inseguire il sogno di un'esistenza letteraria assieme ad Esther, memorabile esemplare di ragazza punk. Con lei inizia una stagione caratterizzata da una folle mescolanza di giovedì grasso e venerdì santo: il sesso occasionale, a volte degradante, si alterna al misticismo francescano onnipresente nei romanzi dello scrittore parmigiano.

Attraverso una serie di vicende traumatiche, seguite da illuminazioni, si attraversa un volume che i lettori di Garlini e di Cappello giudicheranno indispensabile. I primi scopriranno da quale costellazione proviene il miracolo di Fútbol bailado, il romanzo che rivelò il talento di Garlini; i secondi avranno una risposta per le svolte ideologiche del poeta di Chiusaforte: la rinuncia al rovello formale, per esempio, si verificò il giorno in cui i due amici si imbatterono in alcuni balordi impegnati a prendere a calci un cane. Anche se ormai era troppo tardi - l'animale morirà - Alberto assestò un pugno al leader del gruppo, mettendo in fuga la banda. Fu questa l'esperienza che costrinse il poeta a fare i conti con la sua condizione; stabilito che solo chi può essere cattivo ha il diritto di essere buono, come una volta notò, perfidamente, Nietzsche, Cappello decise «di tornare sulla terra»; cioè di affrontare, come può farlo un uomo pieno di limiti, il problema universale del dolore.