AMIEL Il seduttore vergine

Lo scrittore svizzero sarebbe una figura marginale della letteratura dell’800. Se non fosse per il suo diario «intimo» di 17mila pagine...

«Come un avaro che, senza spendere l’oro che ha, lo ama però come il riassunto di tutti i godimenti possibili, mi attacco appassionatamente a questa stessa libertà di cui non faccio nulla».

Henri-Frédéric Amiel

Il buon Talete se l’era cavata così: da giovane, alla madre che lo spingeva a prender moglie rispondeva sempre «non è ancora tempo»; e da uomo maturo, alla petulante mammina che imperterrita lo esortava ancora al matrimonio, ribatteva «non è più tempo». Scaltrezze da saggio presocratico. E un modo elegante per giustificare la propria misoginia. Henri-Frédéric Amiel (1821-1881) non era misogino, ma le risposte che diede a se stesso (non alla madre, che morì di tubercolosi quand’egli aveva 11 anni) sono le stesse. Troppo presto e, soprattutto, troppo tardi. In lui l’attesa, veloce Achille, non raggiunge mai il rimpianto, lentissima tartaruga.
Amiel occupa un posto defilato, nella storia della letteratura, come quegli ospiti che alla festa nel giardino di una lussuosa villa si mettono in disparte, con il bicchiere in mano, e osservano pensosi i giochi d’acqua della fontana. E così facendo attirano una ragazza che vuol far ingelosire il fidanzato o una tardona desiderosa di verificare la residua efficienza del proprio charme. «Antidongiovanni» secondo Miguel de Unamuno, «triste Amleto ginevrino» secondo José Enrique Rodó, «timido superiore» secondo Gregorio Marañon, questo grigio docente universitario di Letteratura francese, Estetica e Filosofia, in vita pubblicò soltanto brevi saggi e brutte poesie. L’unico lampo di gloria l’ebbe nel 1857, con la canzone patriottica Roulez, tambours!, la Marsigliese elvetica, urlata in faccia ai nemici prussiani. Tutto sommato, una comparsa del XIX secolo. Se non fosse per il suo diario, un monstrum che detiene il record mondiale di tutti i tempi in fatto di vastità: 16.840 pagine. Affidato poco prima di morire all’amica Fanny Mercier, il Journal intime venne pubblicato a partire dall’82, e ci vollero 48 volumi per completarlo.
Che cosa vi troviamo? Tutto e niente. Che tempo fa, il raffreddore che non vuol passare, i vicini di casa, le passeggiate solitarie nei boschi, il trasloco, le letture preferite... Un costante crepuscolo, una melassa di noia e buoni sentimenti, la tragedia di un uomo che sa di essere ridicolo agli occhi dei più. Eppure in quel ridondante castello pieno di piccole cose di pessimo gusto s’aggira inquieto uno spettro: la Donna. Amiel era un bell’ometto. Piuttosto basso, sì, ma dallo sguardo fiero e penetrante. Non particolarmente elegante, certo, ma dai modi gentili e dall’eloquio fluente. Una barba ben curata gli incorniciava il volto austero sotto cui, però, non si celava un orso accademico: Amiel sapeva essere brillante nelle conversazioni salottiere, sapeva incantare con le letture pubbliche, sapeva divertire con sciarade e anagrammi. Insomma, potenzialmente un ottimo partito per le signorine e le vedovelle della borghesia ginevrina. Soltanto potenzialmente, però... No, nessuna traccia di omosessualità, nessun pur vago ammiccamento, in quasi 17mila pagine, al tale studente, al tale collega, al tale vetturino. Piuttosto, l’assoluta estraneità all’atto sessuale, definito «epilessia momentanea», atto «bestiale». Per lui «la castità è più pura della continenza» e nelle «monachine laiche» delle quali si circonda cerca unicamente l’amicizia, la consonanza spirituale.
Eppure, ci fu «qualcuno» che su quella tabula rasa impresse il segno di Eros. Una volta sola, ma per sempre. Il suo nome è Marie Favre. Quando s’incontrano la prima volta lei è una graziosissima vedova ventiseienne e lui è già un professore universitario trentottenne. «Ho come vergogna - annota - che qualcosa mi faccia piacere, la maltratto e la faccio a pezzi per provare a me stesso che non ci tengo; ho positivamente paura di ciò che mi attira, e orrore di ciò che mi occorre». Il “fattaccio” avviene oltre un anno dopo, il 6 ottobre 1860: «Ma come devo chiamare l’esperienza di questa sera? è una delusione, è inebriamento? Né una cosa né l’altra. Per la prima volta ho avuto un’avventura galante, e francamente, accanto a ciò che l’immaginazione si figura o si ripromette, è poca cosa». Il dado è tratto. Vaccinato dall’esperienza, è come se Amiel, persa quella fisica, acquisisse una verginità cerebrale. Ha scollinato: se prima confusamente anelava (gli psicologi avrebbero di che sbizzarrirsi sulle sue «perdite» notturne...), ora recisamente rifiuta, calandosi nella terra di confine dell’asessuato. Più Marie lo adora, fino al punto da proporsi come «schiava all’orientale», più lui si ritrae.
Il tira e molla prosegue fino al 23 settembre 1878, data in cui nel Journal troviamo l’ultima traccia di quel “qualcuno”. Vi compare come «Phil.», cioè Philine, uno dei nomi in codice sotto cui Amiel cela Marie. Proprio Philine fu il titolo che il critico Edmond Jaloux diede, negli anni Trenta del secolo scorso, a una silloge delle confessioni intime amieliane. E ora Philine è disponibile in italiano per merito di Armando Dadò, l’editore di Locarno che ne ha affidato la traduzione a Franco Pool. «Di quei giorni - scrive Daria Galateria nell’appassionata prefazione dal bel titolo «L’Arte di tergiversare» -, Edmond Jaloux riporta non solo i passaggi che si riferiscono a Philine, ma tutto. Così, il campione è contemporaneamente casuale e orientato, tematico ma completo». Così, dopo l’antologia curata da Pino Mensi nel 2000 per Longo Editore di Ravenna, i lettori italiani possono nuovamente entrare nel castello di Amiel e apprezzare i sublimi tentennamenti del castellano.
Perché la cosa buffa è questa: diversamente dal vecchio Talete, Amiel, indeciso a tutto, mostrava una sola certezza: il matrimonio. Per almeno trent’anni non fa che decantare gli effetti positivi che questo avrebbe sulla sua instabile psiche. «Io non conto su nulla; è per questo che sono stanco di tutto»; «provo qualcosa come le nausee d’una donna nervosa»; «sono troppo uomo e non abbastanza individuo... è la vita che voglio sperimentare piuttosto che la mia vita»; «l’obbedienza volontaria alla legge è il punto di partenza e la condizione della libertà»; «vae coelibi!». Sapendosi malato di idealismo, l’Autore individua nel matrimonio l’unica medicina possibile. Salvo cadere puntualmente in depressione ogni volta che una sottana rischia di superare la distanza di sicurezza marcata dalla simpatia o, al più, dall’idillio. Marie, infatti, se fu la sola a togliere le briglie agli ormoni di quella «pensionata sentimentale», non fu l’unica a titillarne la tensione maritale. Le Amiel’s girls sono un bel gruppetto, entrano ed escono dalla vita di Henri-Frédéric con ritmo incessante e non di rado fanno parte della stessa cerchia. Tutte ammaliate e palpitanti, pendono dalle labbra del Cincischiator cortese.
Tutte tranne una, «Egeria». Che a un certo punto sbotta: «La tua superiorità rispetto a me consiste in ciò, che ricevendo tutto hai saputo non dare nulla». Ben lontana dall’esserne gelosa, frequenta Marie, e non lo nasconde: «Lascia che noi due ci si veda di lieto animo, posto che ci amiamo... opporti a ciò è impossibile. \ È meno donna di me e questo rende perfetta la nostra armonia». “Cosa vorrà mai dire?”, avrà pensato il povero professore...

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