"Ammazzare Freud? Un gioco da bambini"

La coppia di teatro fuori dagli schemi si racconta: "I più piccoli riescono a vedere cose che gli adulti ignorano Il padre della psicoanalisi? Se l'è presa con gli inermi e ha fatto confusione..."

Antonio Rezza e Flavia Mastrella

Rezzamastrella, non facciamo i furbi. Uno è attore e performer, l'altra artista e scenografa. Assieme sarete pure la coppia più travolgente e fuori dagli schemi del teatro italiano, ma qui il personaggio da intervistare dev'essere uno solo.

«Uno siamo».

Allora vedo doppio.

«Se non ha bevuto, è il nostro lavoro che resta inscindibile. Quello conta».

In effetti l'attore vive di sdoppiamento.

«Il doppio è l'Io».

Vedendo i vostri spettacoli lo si capisce. Ma come funziona?

Mastrella: «C'è bisogno di tanto tempo solitario, devi stare solo ore e ore, devi andare a finire là dove c'è l'idea...».
Rezza: «... autosaccheggio completo di te stesso».
M: «Dal reale creo il virtuale o il contrario. Do questo spazio a lui, e lui là dentro crea per conto suo. Ogni tanto vado a vedere quel che fa per stupirmi, ma lo lascio libero di percepire quel che c'è. Di solito viene assistito da Massimo Camilli, che lavora con noi da anni. Solo in quest'ultima fase si lavora assieme, sui corpi».

Benvenuti nel laboratorio del teatro globale: la premiata ditta Rezzamastrella. Un uomo in uno spazio non suo, ma che diventa suo sotto i nostri occhi.

R: «Il nome lo voglio far brevettare. Ma non è che le opere di Flavia non vivano da sole, tanto che ha esposto anche a New York. Il suo è uno spazio autoreggente».
M: «Faccio queste opere per comunicare uno stato d'animo».

L'uno senza l'altro esisterebbe?

R: «Guai a pensare che non esisterebbe... Abbasserebbe la potenza devastante della nostra unione. Individualmente siamo potentissimi, poi se ci uniamo siamo irresistibili. A noi dovrebbero farci vincere i festival per manifesta superiorità».

Anche quello per la modestia.

R: «Per raggiungere certi livelli d'arte, l'egoismo da solo non basta. La pienezza dei Sé deve giungere all'egotismo, l'autosopravvalutazione dev'essere patologica. Per fare certe cose non puoi essere una brava persona».

Un po' come stare al governo.

M: «L'estetizzazione massima del proprio corpo è diffusa, e l'educazione imperante al selfie ne è una delle sue espressioni maggiori».
R: «Ma il selfie non è patologia...».
M: «Hai voglia se lo è».
R: «Ma no. Qualsiasi politico non è un vero malato, fa finta».

Lavorate assieme da sempre?
M: «Era il 1987, aiutavo papà architetto e mamma esperta d'arte. Non avevo mai osato lavorare in simbiosi con un corpo vivo ma, quando ho incontrato Antonio, mi è sembrato un mio simile, un comunicatore disperato profondamente diviso. Con Antonio abbiamo esteso la visibilità della performance... Parliamo delle forme essenziali dell'uomo: la religione, la sessualità, la solitudine, il potere, la difficoltà del comunicare. Le nostre opere piene di pregiudizi e contraddizioni sono concepite da due individualità differenti che si contaminano e sfociano in una forma espressiva sconosciuta a entrambi».

Non al pubblico, che vi segue nonostante una certa indifferenza dei canali tradizionali.

R: «Viviamo di indifferenza: se tutti la pensassero come noi non potremmo speculare sui difetti umani e divini. Ma la soddisfazione di fare scandalo non gliela diamo».
M: «L'indifferenza è l'arma contro di noi. Ma contraccambiamo».
R: «La nostra soddisfazione maggiore è quando, specie durante i festival, sputtaniamo i nostri persecutori, quelli che rifiutano i nostri film, com'è successo a Torino. Abbiamo fatto una proiezione di ritorsione, sono venute 500 persone a chiedersi: Ma com'è che questi qua non li fanno partecipare? Ma allora il sistema è truccato, è marcio! Un lavoro ossessivo come il nostro dà una credibilità assoluta».

Siete al di là del teatro e della performance d'arte. Vi vengono a vedere comici affermati, per trarre spunto. Rifiutate la satira facile e stereotipata.

R: «La satira non serve, è serva del potere e giullaresca. Ha sempre il culo coperto, viene spalleggiata ora dall'uno ora dall'altro schieramento politico, specie in un Paese nel quale gli schieramenti sono falsamente contrapposti».

Eppure teatranti e satirici si presentano come fari della libertà.

R: «La gente corre a vedere Travaglio che legge articoli, o semplici atti giudiziari. Altri scopiazzano in modo vergognoso... Ma il plagio alla fine non si perdona».

Che c'è di male, l'artista copia.

M: «No, magari s'ispira...».
R: «Sono andato alla Siae per chiedere che si faccia rimborsare i diritti d'autore pagati a chi copia testi e posture altrui... Altrimenti noi siamo dei coglioni, perché cerchiamo di discostarci sempre dal già fatto, persino da noi stessi No, il sistema è marcio, se ammette che uno inferiore rubi e guadagni più di te».

Il sistema non funziona.

R: «Negli spettacoli si vede come arrivo a piegarmi, di fronte all'arte».
M: «Io e Antonio siamo individualisti, corrosi da un'educazione consumista, ironici che non si rassegnano alle norme espressive imposte».

Comunque lì dentro, nelle vostre macchine infernali, si agita l'uomo. O è agito?

R: «Entrambe. Nello spazio accadono cose. Per comprendere il nostro lavoro è necessario immergersi in una dimensione naturale, raggiungere la preistoria e ripercorrere un processo di nascita, crescita e morte a un ritmo vertiginoso. I personaggi trovano la possibilità di esistere solo nell'istante. Mettiamo in piedi un mondo mitologico che somiglia all'inconscio».

Forse occorre lo sguardo innocente del bambino. Un bambino come Rezza, figlio di poliziotto... L'innocente assoluto che qualcuno può prendere per folle. Ma lui stesso, nei momenti di lucidità, si fa passare per matto.

R: «Mio figlio Giordano di sei anni è mio consulente... un bambino vede prima certe cose, che magari noi non vediamo affatto. Ogni idea che mi dà, gli ho promesso un giocattolo. Ci ha preso gusto, ne sforna cento l'ora. Ho dovuto stopparlo».

M: «Andare incontro alla spontaneità dei giochi ci consente il recupero dell'estasi Mettiamo in scena vicende vissute a valvole aperte, senza l'ostacolo del ragionamento, dedicarci al gioco ci fa approdare alla dimensione del sogno e ci pone in un meccanismo comunicativo infantile, ma anche epico».

La vostra opera si basa sull'inconscio, sullo sdoppiamento del Sé, sulla folla che ci si porta dentro. Nell'ultimo spettacolo però la dissacrazione parte da Freud.

R: «Freud ha sfruttato il fatto che a una certa ora viene sonno. Se l'è presa con gli inermi, ha fatto confusione tra opportunismo e pulsioni sessuali primarie».

Intanto c'è chi dice che nello spettacolo viene superato il dissidio Freud-Jung.

R: «Buono a sapersi. Più tardi mando un fax».Chi è l'Anelante, che dà il titolo allo spettacolo?
M: «Colui che anela. Il bramoso e fastidioso belligerante. Vorrebbe il dialogo ma poi si ritira in se stesso. Specchio di una grossa decadenza ma anche di un grosso caos».
R: «Tipo quelli del G20, G18, G14, G8 che non riescono mai. Poi invece, magari uno schianta di botto».

Così accade in questo mondo di eterna incomprensione. Dove assistiamo alla fine della logica razionale e alla risorgenza del primitivo, della violenza cieca.

M: «Stiamo già nel primitivo. Dove esiste una nuova forma di dittatura, la numeralizzazione della società e la morte è uno spauracchio».

A proposito di morte, che ne pensate di quella del teatro?

R: «Giusto che vengano finanziate le mezze seghe, così come accade. Se uno è bravo è bravo. Il finanziamento dev'essere come un marchio di fuoco, deve segnalare la mediocrità: chiunque è mediocre dovrebbe essere ricoperto d'oro, dallo Stato. Tanto resta quel che è».

Ora, una curiosità personale.

R: «Faccia pure, io non sono più curioso. Per mancanza di tempo. Una volta lo ero: è un risparmio che mi dà la possibilità di chiudermi e svilupparmi. Di implodere».

Appunto. Senza Mastrella, che razza di Rezza sarebbe?

R: «Lavorerei sul corpo e basta».Mancherebbe una dimensione.R: «Sì, magari mancherebbe una dimensione, ma sarebbero sempre spettacoli sublimi. Come quelle di Flavia sarebbero sempre esposizioni sublimi. Per questo bisogna venire assolutamente a vederci. Così si capisce com'è che s'implode in due anche se c'è uno solo, sul palco».