Per ammirare Fontana ci sono 80 scalini di troppo

Esposto ma di nascosto. Genova dedica all’artista dei "tagli" una retrospettiva con molte lacune: dagli spazi all’apparato critico-esplicativo

Genova - A Genova, Palazzo Ducale, è di scena, nell’Appartamento del Doge, una retrospettiva dedicata a Lucio Fontana. La mostra, per quanto ricca, con molte opere - ad esempio le ceramiche giovanili - poco note al grande pubblico, comunica allo spettatore un’idea di attendismo, una quasi voluta povertà di idee, come se avere un’idea forte fosse un lusso che con Lucio Fontana non ci si può ancora permettere.

Tanto per cominciare, la mostra principale di Palazzo Ducale è quella dedicata a Fabrizio de André: Fontana sta in seconda fila. In biglietteria, se domandi «un biglietto» senza specificare per cosa, ti ritrovi con quello sbagliato.

Per quella di Fontana è necessario salire un’ottantina di scalini. L’esposizione comincia in uno stretto corridoio allestito come una bancarella del mercato, con libri e molte altre mercanzie affastellati al modo delle edicole di periferia.

Tutte le informazioni che cercate sono lì, esigue, e tu devi studiartele a memoria perché nelle sale che seguiranno non ne troverai più nessuna, a parte il titolo dell’opera e la data di realizzazione. Persino la più elementare delle indicazioni, quella relativa a supporti e materiali («olio su tela», «tecnica mista», «acrilico su compensato» ecc.) è assente, come se queste informazioni fossero inutili - e tutti sappiamo, diosanto, che l’olio e l’acrilico, la tempera e l’alluminio sono la stessa cosa, no?

Indagare il rapporto di un artista con la materia non era molto interessante, anche se il titolo della mostra, «Lucio Fontana luce e colore», richiama, con l’accenno alla luce - che è materia - a tutto un possibile percorso sul lavoro dell’artista. Del resto, il solo “concetto spaziale” possibile è quello che si realizza come matericità.

Ma pazienza. Senza altre informazioni sussidiarie, si passa per una sala con sculture (bellissime) e altre sale monocrome: una per i bianchi, una per i rossi, una per i neri, una per i rosa... Bisogna controllare le date per capire che la cronologia non conta, anche se rimane il sospetto che certi anni, come il ’59, siano più importanti di altri.

Alla fine usciamo contenti per aver visto de visu alcune egregie cose, ma scontentissimi per non aver imparato niente di nuovo. Nessuna chiave importante ci è stata offerta, ma solo un allestimento tutt’al più suggestivo. Colpa dei curatori? Sì e no. Il fatto è che Lucio Fontana - forse per ragioni ideologiche, chi lo sa - non è ancora un autore “sdoganato”. Così come non lo sono, che so, Piero Manzoni, o Ottone Rosai.

Sono grandi artisti, questo si sa, ma troppi lacci e laccetti ci impediscono di dirlo a gran voce con una mostra capace di spaccare i timpani al mondo. A questi artisti si dedicano mostre sempre interlocutorie, attendiste, mostre così così, gradevoli, ben confezionate (atrio a parte), ma senza nessuna assunzione di rischio. Che poi vi si attacchino dibattiti e convegni conta ben poco: a dare il la è la mostra, e solo quella.

Per spiegare questi fenomeni non serve nemmeno scomodare i padroni del pensiero. Spesso è sufficiente l'autocensura naturale che nasce dalla debolezza di fronte a un potere diffuso, parcellizzato, ma così incombente addosso da opporsi - talvolta - perfino alle leggi del mercato.