Sofia Goggia: "Amo vivere sempre al limite e non mi piace l'umiltà"

Nello sci ha vinto tutto: «Vivo di passioni, non sopporto l'idea di fare solo l'indispensabile. E la scuola ai ragazzi chiede troppo poco»

Ha firmato una stagione (l'ultima) da incorniciare: oro olimpico di discesa libera e oro nella coppa del mondo di specialità. Ora non rimane che replicare. Ma anche andare oltre: perché la sciatrice Sofia Goggia è ambiziosa, una personalità da vero scorpione con ascendente scorpione qual è, ama precisare. A papà Ezio piace ricordare un episodio che lasciava immaginare la Sofia di oggi: a un anno, la bimba strappa al genitore il cucchiaio della pappa dicendo «io».

È nata e cresciuta a Bergamo, figlia di un ingegnere con la passione per la pittura e un'insegnante di lettere. Primi passi sulle nevi di Selvino. Spicca subito il volo, però arrivano gli infortuni al ginocchio, ma dove il ginocchio tradisce, la ferrea tempra supplisce. Anzi Goggia ci racconta quello che «forse tanti di voi non sanno. Alle Olimpiadi di Pyeongchang, il mattino della gare non riuscivo neppure a fare le scale tanto era il dolore. Però una volta posizionato il piede nello scafo, sentivo che avrei potuto farcela, così mi allenavo a capire dove premere, come reagire, insomma sapevo che nonostante il fisico, con testa e tecnica avrei supplito al problema». E medaglia fu. Ora la testa è sulla nuova stagione che purtroppo si aprirà senza la partecipazione al Gigante di Soelden per un infortunio durante gli allenamenti.

Quanto è ambiziosa?

«Tantissimo».

Sicura di sé?

«Altrettanto».

Esuberante?

«Oddio... ».

Quanto conta l'umiltà nel suo mestiere?

«Mi hanno detto che non bisogna essere umili, bensì equilibrati».

Le piace rimarcare che questo sport ti ricambia con una serie di emozioni. Cos'altro nella vita riesce a offrirle questa carica?

«Le emozioni si trovano anche nelle relazioni con le persone. Ci sono persone a cui vuoi bene che ti ricambiano dandoti un amore che fa emozionare per l'intensità, fa ardere il fuoco dentro di te. È un qualcosa che si prova con pochissimi, o meglio: ne basta uno».

Trovato?

«Magari, anzi: purché arrivi... Però al di là di questo, ho la fortuna di avere attorno a me persone che mi vogliono bene indipendentemente dai risultati che ottengo».

Lei è un vero scorpione.

«In tutto. Io vivo di passioni, quando sento una passione per qualcosa o per qualcuno e c'è una risposta di pari intensità, quindi tutto è amplificato, allora mi sento proprio viva. È una magnifica complessità astrale».

Sarà una persona intensa anche negli scontri. Forse è meglio evitare litigi con lei.

«Sì, meglio evitare».

Come suo padre è attratta dall'arte?

«Dipingendo lui riesce a evadere, io non ho ancora esplorato bene questo campo. Però anche lo sci può essere inteso come una forma d'arte, alla fine tracciamo linee ad arte. Per il resto, rimango un'innamorata della fotografia, apprezzo particolarmente Steve McCurry. Ad Asti ci sarà una mostra su Chagall, tra i miei pittori preferiti. Ho proposto a papà di andarci assieme così combiniamo arte, Langhe, tartufi e magari un buon bicchiere di vino. Solo di rado riesco a ritagliare spazi per me, a fare qualcosa di diverso. Una giornata come questa sarebbe una rarità».

È appassionata anche di poesia.

«Soprattutto mi piace John Keats. Lo scoprii grazie alla mia insegnante di inglese, mi aiutava a preparare il programma da privatista al liceo. Me ne innamorati follemente. Una volta a Roma per le visite mediche per entrare nel gruppo sportivo delle Fiamme gialle, andai a vedere la tomba di Keats, e quattro anni dopo visitai la casa dove aveva alloggiato, in piazza di Spagna».

Come sono le giornate extra-gare?

«Allenamento quotidiano in palestra o al campo d'atletica».

Non ha una palestra in casa?

«Sono dell'avviso che a casa ci si debba riposare. Al limite si fa dello stretching molto blando. In genere mi alleno circa tre ore e mezzo al mattino e due o tre al pomeriggio, mattina molto intensa e pomeriggio più aerobico».

Da uno a dieci, in una vittoria quanto conta la testa e quanto il fisico?

«Se il fisico è al 100% ma la testa al 60% non rendo come se la testa fosse all'80% e il fisico al 60%. La testa conta molto di più, la condizione mentale è tutto. È la cabina di pilotaggio. Puoi avere una barca perfetta, ma se non hai un buon comandante avrai più problemi di una barchetta meno potente ma con un buon timoniere».

Avverte la sua natura bergamasca?

«A livello lavorativo sono come i bergamaschi. Noi andiamo dritti al dunque, puntiamo all'obiettivo e lo raggiungiamo superando ostacoli di qualsiasi natura. Allo stesso tempo, però, sono una che esce dalle mura della città e si sente cittadina del mondo. Diciamo che sono una bergamasca 2.0. Non ha senso essere arroccati alle proprie valli, bisogna sapersi muovere nel mondo».

Apertura internazionale ma guai se non si precisa che è di Bergamo Alta.

«Sì perché c'è la Bassa e la Alta: è come se fossero due cittadine. Io amo precisare che sto nell'Alta».

Ha detto di ritenersi inquadrata. In che senso?

«Inquadrata per certe cose, perché lavoro molto settorialmente. L'importante però è essere malleabili e non arroccarsi».

Che rapporto ha con i limiti? Nello sport è una che rischia.

«Ho trascorso una vita che spesso è stata lì, lungo il confine labile del limite. E tante volte mi è capitato di sforare, di andare oltre e farmi anche male con infortuni. Adesso cerco di osare che è la fase prima del sorpasso del limite».

Trova che vi sia una modalità tutta italiana di vivere lo sport?

«Premetto di essere fiera del mio Paese, anzi lo adoro, sono orgogliosa e di essere italiana».

Però...

«Nello sport tutto viene tarato sulla vittoria. Se non vinci sei uno sconfitto, non conta se nel frattempo sei migliorato. Io sono una grandissima lavoratrice, ho in testa quello che voglio, e mi muovo verso un obiettivo».

Di fatto manca la cultura della sconfitta.

«Perché alla base, c'è la mentalità di voler fare il minimo puntando al massimo, alla fine accontentandosi. Non sopporto l'idea di fare solo l'indispensabile, non funziona così. Temo che questo derivi tanto dal tipo di formazione che si ha in questo Paese, da una scuola dove si chiede troppo poco».

È stata premiata per meriti sportivi. Lanciamo un appello perché l'imprenditoria italiana investa su questa generazione di atleti, perché è un peccato vedere nostri marchi su caschi stranieri

«Lo sport divulga un'immagine pulita, quindi vedo solo positività nel fatto che un'azienda si leghi a una persona con valori in cui si rispecchia. In generale non mi piace parlare di sponsor ma di partnership, quest'ultima ci ricorda che al di là dell'ingaggio economico, c'è la costruzione di una relazione. Per questo io preferisco selezionare i marchi, voglio che abbiano valori da me condivisi».

Si è concessa un po' di relax dopo la chiusura della Coppa?

«Solo un paio di giorni nella mia baita in valle d'Aosta, cinque giorni in barca nei mari della Croazia, e piccole cose».

Pare sia una baita selvaggia.

«Proprio così. Lasciata l'auto, la raggiungi solo a piedi con un'ora e un quarto di cammino, se hai un buon passo però. Non c'è elettricità. Niente doccia, ci si lava nel torrente. Nessuna connessione internet. Per questo riesco a staccare dalle cose che alla fine si rivelano non essere poi così essenziali. È un po' come se tornassi bimba, qui abbiamo trascorso tante estati».

Che impressione le hanno fatto i ghiacciai tra fine luglio e agosto?

«Purtroppo non sono in buone condizioni, per questo ho preferito lavorare il più possibile a giugno e a luglio giocando d'anticipo sulla calura d'agosto. Ammetto di non essere comunque un'amante dei ghiacciai, preferisco la neve che cade d'inverno».

Come vede il futuro dello sci visti gli inverni sempre più brevi, caldi e i nostri ghiacciai che si ritirano?

«Temo che lo sci diventerà uno sport per pochi abbienti. Presuppone spostamenti, costi per attrezzatura. E poi, appunto, con queste estati torride, i ghiacciai andranno sciogliendosi».

Lontana dalle gare, con quali colleghe è in contatto?

«Con le italiane, anche perché alcune sono mie amiche. Poi mi sono scambiata messaggi con Lindsey Vonn».

E con Mikaela Shiffrin (la numero uno della classifica generale della Coppa)?

«Non ci siamo sentite».

È possibile intrecciare amicizie con le rivali?

«Finché si è fuori dalla pista si è amiche. Poi dal cancelletto, da quando si apre la levettina fino alla linea del traguardo è una guerra».

Non è facile separare le due sfere. Non è da tutti.

«Però io riesco. Infatti ho ottimi rapporti con tante ragazze della Coppa del mondo».

Quando si riprende dopo avere archiviato una stagione, che sensazione si prova sentendo di nuovo il clic dello scarpone che si staglia nell'attacco?

«Quest'anno la ripresa è stata particolarmente bella. Stavo viaggiando in auto per raggiungere lo Stelvio per il primo raduno, quando ho provato un'emozione fortissima, e questo nonostante l'anno. Voglio dire: non è cosa scontata sentire questo dopo quello che avevo vinto».

Obiettivi per questa stagione?

«Voglio continuare a lavorare per un alto standard».

Le glorie del 2018 sono un incentivo o rischiano di creare ulteriore ansia da prestazione?

«Sono un'arma a doppio taglio. Da un lato, si può avvertire una maggiore pressione perché se non ripeti i risultati poi ti screditi. Dall'altro, non è da escludere il fatto che magari io miglioro ma non vinco perché nel frattempo un'altra concorrente è migliorata ancor più di me. Conta focalizzarsi sul percorso e aver ben chiaro a cosa si ambisce».

Lei a cosa ambisce?

«A sciare forte».

Cosa vuol dire «forte»?

«Premesso che la performance perfetta non esiste, significa trovare la propria performance, o meglio, avvicinarsi alla migliore possibile. Vuole dire scrutare le pendenze, sentire lo sci. Comprendere che sono gli sci stessi a condurre il gioco».

Come reagisce alla pressione?

«La pressione non esiste. Esiste solo quando decidi di concentrarti sulle cose essenziali che hai da fare».

Quali sono state le sensazioni dopo l'oro olimpico?

«Era il sogno coltivato fin da piccola. Il mio primo maestro mi ha scritto una lettera ricordandomi che a nove anni gli avevo detto che avrei voluto vincere le Olimpiadi di discesa libera. Il punto comunque è stato il post Olimpiadi. Avevo dichiarato che il prosieguo della stagione avrebbe avuto un apice, volevo provare a ottenere la coppetta di specialità. Muovere tutto in funzione di questo si è rivelato un equilibrio su un territorio magmatico».

È stata una stagione gloriosa, ma è alla precedente che si deve il cambio di registro, l'emergere del fenomeno-Goggia.

«In una stagione avevo ottenuto tanti risultati quanti quelli per cui un discreto sciatore potrebbe ritenersi soddisfatto guardandosi indietro, a fine della carriera. Io li avevo raggiunti in una sola stagione e senza avere mai toccato il podio l'anno prima. La mia vita era cambiata in modo radicale. E più è radicale il cambiamento, più ti devi adattare».

Cosa è rimasto della Goggia pre-medaglie?

«La mia essenza, quella della terna lavoro, obiettivi e sogni».