Gli amori particolari del criticone incallito

«Nell’arte sublime e nella scienza pura il dettaglio è tutto», diceva. Fra i «colleghi» salvava soltanto Dante, Boccaccio, Kleist e Puškin, che considerava quasi parenti

Aveva una quantità di antipatie, idiosincrasie, ripulse e fobie. Poiché non le teneva per sé ma le manifestava, i suoi vicini nel New England lo consideravano un misantropo da evitare. «Quel vecchio sgradevole», dicevano indicandolo mentre passeggiava nel giardino della sua graziosa villetta. In realtà, il Nostro era un tipo del tutto innocuo e i suoi borbottii sprizzavano ironia. Perciò, la sua nomea nel vicinato dipendeva, più che da lui, dal pregiudizio degli americani verso qualsiasi comportamento bizzarro. Soprattutto se, come nel suo caso, proveniva da uno straniero, sia pure anglofono e di lignaggio.
Certo è che il Nostro non le mandava a dire. A ogni occasione ripeteva di aborrire, «il Dottor Freud, il Dottor Zivago, il Dottor Schweizer, il Dottor Castro di Cuba». In particolare, detestava Sigmund Freud che chiamava «l’ammazzacristiani viennese» e le cui teorie riteneva medievali e equiparabili all’astrologia e alla chiromanzia. Ma i suoi rifiuti si estendevano molto al di là dei «quattro dottori» e includevano: il jazz, i tori, le maschere primitive, le piscine, i camion, i transistor, i bidet, gli insetticidi, gli yacht, il circo, gli snob, i night, il rombo delle moto, ecc. In sintesi, la vita moderna, le cose alla moda, i luoghi comuni.
Anche in fatto di letteratura, che era il suo mestiere, era incontentabile. Disprezzava Mann, Faulkner, Conrad e Lorca, Lawrence e Pound, Camus, Sartre, Balzac. Considerava Dostoevskij «un sensazionalista di scarso valore, inetto e volgare». Diceva di «non capire» il Don Chisciotte. E andava sulle furie se si attribuivano ai suoi libri influssi di altri scrittori, fossero anche i più eccelsi, Joyce, Proust o Kafka. Scampavano ai suoi anatemi solo Dante, Boccaccio, Kleist e Puškin perché, a suo dire, avevano avuto relazioni con la sua famiglia. Secondo una sua fantasiosa ricostruzione della storia degli avi, infatti, il capostipite sarebbe disceso da Gengis Khan e i successori avrebbero avuto legami non precisati coi due italiani, il tedesco e il russo. Dopo avere stroncato tutta la letteratura occidentale, tesseva il proprio elogio: «Penso come un genio e scrivo come un autore raffinato». «Ma parlo come un bambino», aggiungeva subito dopo, buttando anche se stesso nel tritacarne universale del suo istinto ipercritico.
Il Nostro aveva una inedita teoria della scrittura. Per lui, ciò che contava maggiormente sono i particolari. «Nell’arte sublime e nella scienza pura, il dettaglio è tutto», diceva. Quindi, per fare un esempio, il suo interesse nell’Ulisse di Joyce consisteva nello stabilire l’esatta planimetria di Dublino o nelle Metamorfosi di Kafka l’esatto genere di insetto in cui si era trasformato Gregor Samsa. Questa curiosa visione della letteratura gli derivava probabilmente dalla sua passione di entomologo. O, viceversa, in tanto era diventato un formidabile studioso di farfalle in quanto classificarle per generi e studiarne le parti soddisfaceva il suo istinto per le minuzie.
Se il Nostro usciva dalla sua casa del New England era per andare a insegnare letteratura al Wellesley College, una università esclusivamente femminile, tra le poche rimaste al mondo. Le studentesse appartenevano a famiglie danarose. Erano quindi, secondo copione, pretenziose, smorfiose e, data l’età, spesso piccanti. Non è escluso che questa esperienza gli abbia ispirato il celebre romanzo in cui il protagonista, rinchiuso nel braccio della morte, rievoca la propria erotica passione per una lasciva adolescente.
Prima di stabilirsi negli Usa, il Nostro aveva vissuto, dopo la fuga, a Berlino, Parigi e Montreux in Svizzera, dove tornerà per morire. Tutte le case in cui abitò avevano però qualcosa di precario e di inconcluso. Non ebbe infatti che una sola abitazione del cuore, quella della sua infanzia a Rozhestveno nell’immensa e indimenticata campagna russa. Costretto con la famiglia a fare armi e bagagli nel 1917 per sottrarsi ai furori bolscevichi, il diciottenne non trovò più una vera patria.
L’aspetto più curioso del suo destino fu che, sfuggito ai comunisti, ebbe il padre e il fratello uccisi dai nazisti. Il padre morì nel ’22 dopo avere assistito a una conferenza a Berlino. Vittima designata dei due sicari hitleriani era il conferenziere, ma l’esule russo si mise di mezzo. Riuscì ad atterrare uno dei manigoldi ma cadde abbattuto dalle pallottole dell’altro. Il fratello Sergej morì invece di stenti nel ’45 in un lager nazista dove era rinchiuso come sospetta spia degli inglesi. Più fortunato, il Nostro spirò a 78 anni nel suo letto con vista sul Lago di Ginevra.
Chi era?