Analogica, digitale, trasversale: la fotografia come arte totale

Dalla musica al cinema all'architettura la magnifica ossessione di far parlare le immagini

Leonardo da Vinci era convinto che l'architettura fosse l'arte che le comprendeva tutte. Vivesse oggi, molto probabilmente si ricrederebbe per considerare la fotografia il linguaggio totale e sintetico dell'espressione tra XX e XXI secolo.

Non basta il moltiplicarsi delle fiere specializzate, l'apertura di nuovi spazi dedicati (attesissimo quello di Camera fissato a Torino il prossimo settembre), la programmazione di mostre molto visitate e amate dal pubblico. La risposta viene soprattutto da quello che da ben 46 edizioni viene considerato l'evento più importante d'Europa, i «Rencontres de la Photographie» di Arles, in Francia, la cui settimana inaugurale si è appena conclusa, ma tutte le mostre e il fitto programma di incontri e convegni proseguiranno fino al 20 settembre.

Come definire questo imperdibile appuntamento estivo in Provenza? Un mega evento o un festival, più che un insieme di esposizioni, qualcosa che prevede l'elemento statico - ovvero la visita alle tantissime mostre offerte - insieme all'elemento dinamico - e quindi la partecipazione a workshop, conferenze, visioni di portfolio ecc... Insomma, una creatura ibrida tra l'aspetto più museale e quello dell'happening prolungato nel tempo.

Jean Stourdzé, il nuovo direttore successore di François Hebel, dedica questa sua «creatura» a Lucien Clergue, storico maestro, fondatore dei «Rencontres», scomparso nel 2014. Ha le idee molto chiare sul percorso e non esita appunto a definirla «festival» proprio per la varietà di mostre, di luoghi coinvolti in tutta la città e regione, la simultaneità dei progetti. La chiave di volta del 2015 va nel segno della contaminazione tra fotografia e altri mondi, come la musica, il cinema, l'architettura. Ecco perché la fotografia è davvero un'arte totale che le ingloba tutte, le comprende e le riassume. Profondo è dunque il distacco da un'idea iper-specialistica: si va verso un nuovo modo di trattare questa materia, che passa attraverso un'inedita identità visiva, molto più contemporanea, concepita dal direttore della comunicazione Aurelien Vallette.

Pressoché impossibile riassumere l'intero programma (ci vogliono almeno tre giorni ad Arles per farsi un'idea di quanto sia ricca l'offerta), ma alcuni momenti vanno segnalati, a partire dalle mostre principali nella sezione «Re-Reading» incentrata su due grandi figure americane, Walker Evans e Steven Shore. Il primo è stato il più grande fotografo della Depressione seguita alla crisi del '29 e anche un esempio di reportage sociale ammantato di poesia, mentre Shore, nato nel '47 e ancora molto attivo, ha immortalato il paesaggio statunitense con un linguaggio e uno spirito più artistico.

«Resonance» mette in scena i diversi dialoghi tra fotografia e altri linguaggi, conseguenza, secondo il direttore, dell'era postmoderna da cui non siamo affatto usciti. Ecco dunque il Las Vegas Studio di Robert Venturi e Denise Scott Brown, architetti di punta della iperbolica città del Nevada, ma anche per contrasto un lavoro molto oggettivo sull'architettura tedesca che ha avuto tra i protagonisti, non ancora così conosciuto, Markus Brunetti. Per poi approdare al mondo delle cover album , autentica passione collezionistica, che è un altro dei fil rouge che attraversa questa edizione dei «Rencontres», ovvero la foto come ossessione. Dietro alla sigla LP Company si nasconde una raccolta di oltre 6mila vinili, illustrati da autentici specialisti della comunicazione grafica, con alcuni grandi nomi dell'arte.

La fotografia di oggi è un mix tra analogico e digitale, due visioni diverse ma non inconciliabili. E, a proposito di nostalgia vintage, il recupero di uno dei testi fondamentali del cinema, 8½ di Federico Fellini, passa attraverso la colorazione delle foto di scena opera di Paul Ronald. Si slitta e si surfa tra i vari generi, dal focus su otto autori giapponesi di diverse generazioni al reportage scattato nella Terra del Fuoco tra 1918 e 1924 da Martin Gusinde, pioniere della foto antropologica.

Tra le diverse proposte legate al collezionismo, spicca quella del videoartista americano Tony Oursler, che dalla sua maniacale propensione ha tratto Imponderable , un film di un'ora e venti finanziato da Luma Foundation insieme ad altri progetti di arte contemporanea, in cui compaiono Conan Doyle e Sherlock Holmes, il mago Houdini interpretato da lui stesso, i suoi sogni come in una seduta psicanalitica, con tanti personaggi e situazioni surreali.

Se poi si cercano i talenti di domani, è indispensabile introdursi e perdersi nei numerosissimi spazi, tra gallerie e atelier, che rappresentano la piena continuità con lo spirito di Arles: la fotografia tra ieri, oggi e domani.