Anche i "Nibelunghi" hanno attraversato la "Terra di mezzo"

Il padre del "Signore degli anelli" raccontò in versi la lingua di Sigfrido. Un testo ritrovato che ricorda il suo capolavoro

John Ronald Reuel Tolkien non è uno scrittore, è un facitore di mondi. I suoi romanzi, le sue prose, le sue poesie sono abissi oceanici immergendosi nei quali si può, avendo la forza di resistere alla loro corrente narrativa, scorgere la stratificazione di miti antichissimi, assistere a una gigantesca rielaborazione culturale che questo medievista di Oxford è riuscito a trasformare in letteratura vera.

Perché chiunque può innamorarsi del Signore degli anelli, dello Hobbit, o de Il cacciatore di draghi senza dover per forza riconoscerne gli echi provenienti dal Nibelungenlied o dalla Historia Regum Britanniae, o dal Merlino di Robert de Boron. Deve solo affidarsi alla forza evocativa di Tolkien, alla sua capacità di distillare l’antico e di renderlo accessibile, ma non stupidamente moderno o «facile». Per usare le parole di una studiosa di questo autore, Ruth S. Noel: «La mitologia è un medium molto conservatore... al contrario, la moderna letteratura dipende dall’innovazione e dalla creatività... Tolkien le combina e dà vita a un mito coerente e leggibile». Una letteratura fantasticamente nuova ma radicata nella più profonda tradizione.

Detto questo, è facile capire l’importanza, per chi ama questo autore, della pubblicazione da parte di Bompiani di La leggenda di Sigurd e Gudrún (pagg. 236, euro 25, traduzione di Riccardo Valla, postfazione di Gianfranco De Turris, dal 21 ottobre in libreria). Il volume raccoglie due testi poetici che sono la personale rielaborazione effettuata da Tolkien delle leggende norrene, quella mitologia che è alla base dell’Anello del Nibelungo di wagneriana memoria. Le due composizioni che tecnicamente sono dei Lai (la parola di origine celtica significa canto, poema) sono scritti in strofe di otto versi e reinterpretano le vicende di Sigfrido-Sigurd, della valchiria Brunilde e della moglie di Sigfrido Grimilde-Gudrún. L’eccezionalità dei due testi non sta tanto nella bravura di Tolkien nel maneggiare il materiale della Volsunga saga e del Nibelungenlied per comporre un’opera carica di poesia ma moderna. Sta, piuttosto, nel fatto che questo testo, rimasto sepolto per decenni nell’immane mole cartacea prodotta da uno degli scrittori-studiosi più prolifici del Novecento, mostra il passaggio dalla traduzione e dallo studio di testi antichi alla loro riscrittura. Ci consegna cioè «l’anello mancante» fra il Tolkien che curava, in maniera esemplare, l’edizione critica del Sir Gawain and the Green Knight (1925), realizzandone poi una versione in inglese moderno (in quel caso Tolkien non devierà mai dalla trama dell’originale, modernizzando solo l’ordito, la lingua) e il Tolkien che reinventava il mito creando l’enorme iceberg di cui lo Hobbit e il Signore degli anelli sono la punta. Quell’enorme iceberg che sta venendo a galla grazie al lavoro ormai quarantennale del figlio dell’autore, Christopher Tolkien, e che sembra non avere mai fine.
E leggendo le vicende di Sigurd che deve affrontare il drago Fáfnir o della morte e della pira funebre della valchiria Brynhild, oppure della brama straziante di ricchezza e potere che caratterizza Atli (Attila), il secondo marito di Gudrún, chi conosce mediamente bene la cronistoria della «Terra di mezzo» si accorge che I figli di Húrin, romanzo che Tolkien non ultimò mai e che è stato pubblicato nel 2007, è largamente debitore, per temi e atmosfere, de La leggenda di Sigurd e Gudrún. Ma anche il molto meno cupo Signore degli anelli è pieno di echi lontani che riportano a questi «lai», ai loro bellissimi «kenningar» (metafore tipiche della poesia norrena). Così la spada frantumata di Aragorn il ramingo che viene riforgiata ricorda la spada di Sigurd, ottenuta utilizzando la spada che Odino aveva «donato» a suo padre. E la stessa descrizione di Odino («Uomo s’avanza incognito,/ dal mantello coperto/ la barba lunga e candida,/ alto, forte e antichissimo») si adatta perfettamente a quella che sarà la figura di Gandalf, lo stregone-viandante che ha le stesse sembianze dell’Odino viandante. Così Brynhild-Brunilde che ama sino alla morte Sigurd è la versione feroce e perduta della principessa Éowyn che rischia la morte travolta dall’amore impossibile per Aragorn e alla fine si salva. Il verso riferito a Brynhild «Che l’attende al risveglio,/ la sventura o la gioia?» risulta perfetto per entrambe. Diversa è solo la risposta. Ma i rimandi potrebbero spostarsi in infinite direzioni. Questa è la profondità di Tolkien, la sua capacità di rielaborare i modelli culturali, sedimentati nei secoli, per dar vita a narrazioni originali ma genuinamente antiche.

E in questo senso i più stupiti, avvicinando La leggenda di Sigurd e Gudrún, potrebbero essere i cultori di Wagner. Scopriranno che Tolkien sfronda di ogni incrostazione post-romantica i personaggi a loro cari. Li riporta alla dimensione feroce e complessa delle antiche saghe norvegesi e islandesi. La Valchiria, a esempio, più che la guerriera in attesa dell’amore promesso in Tolkien è una creatura dalle emozioni primigenie e violente che non chiede doni allo sposo, ma una spada che uccida chi si è permesso di farle la corte. Poi, travolta dai sentimenti, pianifica attentamente, con un ben studiato mosaico di mezze verità e di autentiche menzogne, la morte dell’eroe.

In Tolkien il mito e la magia producono spesso l’eucatastrofe, ma senza sconti. Per usare le sue parole: «La fiaba non smentisce l’esistenza... del dolore e del fallimento... smentisce però l’universale sconfitta finale... permette una fugace visione della gioia, gioia al di là delle mura del mondo, acuta come il dolore».