Anche tra i nostri ragazzi la paura della vita che non hanno vissuto

La passione per la vita langue ovunque tra i giovani dei Paesi più ricchi. Certo, i giapponesi sono più introversi, e hanno una naturale teatralità: fanno della loro protesta una sorta di silenziosa e rituale rappresentazione. I genitori occidentali sono più distratti: mettono (o fanno mettere dalla filippina) davanti alla porta della camera il vassoio con la coke e l’hamburger, e continuano a farsi i fatti propri. I più attenti si consigliano con uno psicoterapeuta, che in genere consiglia dei farmaci, e quindi i genitori non ne fanno - di solito - niente.
Anche in Occidente, comunque, l’acute social withdrawal, o «ritiro dal sociale in forma acuta», è comparso da un pezzo, ed è stato puntualmente classificato. Come sempre, però, dare un nome ai fenomeni non significa risolverli. Anche i ragazzi americani, italiani, francesi, tedeschi, hanno nel frattempo riscoperto il fascino malsano della loro cameretta. Noi non ce ne accorgiamo, ma a scendere in strada sono soprattutto i «professionisti della piazza», minoranze giovanili estroverse e anche furbe, le quali intuiscono che mettendosi in mostra e facendo casino poi si diventa consulenti di Livia Turco, come i «disubbidienti» o le «tute bianche», o senatori come Caruso. Posti garantiti, senza neppur bisogno di andare in ufficio.
Se però distogliamo lo sguardo dalla scena politico-televisiva, che mostra il solito spettacolo ampiamente manipolato, ci accorgiamo che crescono attorno a noi, tra gli amici dei figli, nel condominio in cui abitiamo, nel Paese dove andiamo in vacanza, questi ragazzi fantasma, pallidi e silenziosi, dalle apparizioni rare e veloci. Vivono in compagnia delle loro macchine: playstation, computer, televisore. Più Sms che telefonate dirette. La voce umana li turba, come ogni altra cosa che viva e respiri, e non sia attaccata a una presa elettrica. È vero che sempre più spesso non vanno neppure a tavola. È anche vero però che sempre più frequentemente non c’è neppure più un desco a cui sedersi, ognuno mangiucchia per conto suo.
I «rannicchiati» di ogni Paese hanno spesso uno stile d’abbigliamento ed espressivo «Emo», emotional: ciuffoni copriocchio, timidezza, lacrima facile. Come liberarli dalla loro cameretta-prigione? Occorrerebbe avere il coraggio di riconoscere le proprie responsabilità. Raramente ci chiediamo che cosa accadrà se lasceremo i ragazzi, in piena adolescenza, in preda all’automatismo del consumo. Rapidamente, playstation, tv, computer, occupano tutta la loro attenzione, separandoli dal mondo vivente, quello dei corpi e degli odori, dei sapori e delle emozioni. Le loro macchine parlanti diventano per loro più familiari degli esseri umani (non programmati), la cui imprevedibilità li spaventa. Una volta, per forme così, funzionavano bene i kibbutz, dove imparavano a zappare la terra e a sparare. Adesso però, anche loro hanno ben altre gatte da pelare, che badare ai nostri rannicchiati-hikikomori.
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