Anche in Italia la cura della destra europea

In Francia, Gran Bretagna e Germania si tagliano le spese, si riducono
le esenzioni fiscali e si colpisce l’evasione. Una ricetta valida pure
per noi. E il governo Berlusconi deve andare avanti, pur ascoltando le
parti sociali

La decisione di riunire le parti sociali per discutere della grande riforma tributaria, presa da Berlusconi, insieme con Tremonti, con il programma di riduzione delle imposte sul reddito segna una svolta nella politica del governo, nella linea delle grandi riforme. Come ha sintetizzato Silvio Berlusconi, con una espressione dialettale, «sarà un lauràr de la Madona», ossia un lavoro duro, per il quale occorre l'assistenza della madre di Dio, che oltreché avere poteri soprannaturali, è anche paziente e comprensiva.
Ci vorrà molta pazienza e spirito di collaborazione, anche se si tratta di un compito necessario, in una situazione irripetibile, che è quella di un governo di centrodestra mentre in un’Europa delle grandi nazioni ci sono altri tre governo di centrodestra, quello di Angela Merkel in Germania, quello di Nicolas Sarkozy in Francia e quello di David Cameron nel Regno Unito, da cui si può prendere esempio.
Si tratta di ridurre le spese, di ridurre le esenzioni fiscali che attualmente riducono le bassi imponibili con 240 forme di erosione che fanno perdere 140 miliardi di gettito, di aumentare le imposte sui consumi, che in Italia sono una quota più bassa delle imposte totali che nel passato e una quota più bassa che negli altri Stati, e di ridurre le evasioni, ma anche di conservare le riduzioni fiscali che servono per la crescita economica (vedi detassazione per le spese di investimento nella ricerca).
C'è anche la proposta di "tassare le rendite": termine che andrebbe bandito, perchè ingannevole, in quanto racchiude sia il reddito dei Bot, che le rendite fondiarie, che i dividendi delle società, che gli aumenti di valore realizzati (al netto delle perdute) vendendo titoli o proprietà. I soldi non si trovano con la bacchetta magica. E bisogna ridurre le imposte, tenendo presente il vincolo europeo (suggerito dal buon senso) per cui occorre ridurre il rapporto fra il debito pubblico e prodotto nazionale (Pil) che è ora al livello record del 115%.
In teoria, l'Unione europea vorrebbe che noi arrivassimo a un rapporto debito/Pil del 60% in 20 anni: il che comporta una riduzione di esso di 2,7 punti annui (2,7 per 20 dà 54). Un compito improbo. Ma la riduzione del debito di una percentuale ragionevole sul Pil risulta facilitata se il Pil cresce più dello 1,2% annuo attuale. Ecco così che per ridurre le aliquote sul reddito, con una politica di rigore di bilancio, bisogna orientare tali riduzioni alla crescita economica. E questo richiede di conciliare le esigenze sociali con quelle economiche.
È bene che il governo ragioni di ciò con le parti sociali. Esse devono dire, coi numeri e non solo con le frasi, che cosa vogliono in via prioritaria, nella politica di riduzioni fiscali per le famiglie e le imprese, e con che cosa vogliono coprire i costi di tali riduzioni. Sarkozy ha varato una legge che alza a 62 anni per tutti l'età minima di pensione. Ciò ha scatenato una ondata di scioperi della sinistra e un susseguirsi di disordini. I più agitati sono i giovani studenti, che dovrebbero plaudire a una norma che è a loro favore, in quanto riduce le spese eccessive per i pensionati presenti, il cui onere finisce sulle spalle delle future generazioni.
Sarkozy resiste, sfidando l'impopolarità. Momentanea. Cameron alza a 66 anni l'andata in pensione nel settore pubblico, taglia entro 5 anni mezzo milione di posti nel pubblico impiego e riduce del 3,4% le spese per l'istruzione, del 18% quelle per l'energia eco compatibile (sole, vento eccetera), del 24% le spese pubbliche per cultura, sport, stampa e altri media, del 23% le spese sociali e della difesa, lasciando alla sanità una crescita dello 1,3 per cento soltanto nel quinquennio. La Merkel ha ridotto le imposte dirette, tagliando molte esenzioni e aumentando le indirette.
Da noi le imposte dirette danno il 23% del Pil e le indirette il 10%. Nella media dell'eurozona le imposte indirette danno 5 punti di più che da noi. E poiché la pressione fiscale complessiva italiana, comprensiva di contributi sociali è sul livello medio dell'eurozona, se ne desume che al minor peso delle imposte indirette corrisponde in Italia un peso di 5 punti in più sul Pil delle imposte dirette e dei contributi sociali. La riforma fiscale deve favorire il lavoro e le imprese e quindi occorre anche riequilibrare il rapporto tra imposte dirette e indirette. Non esistono, in economia, i miracoli.