Anche il Pci insorse Ma contro gli ungheresi

Napolitano, Ingrao e gli intellettuali? Schierati con i sovietici. Disumano il cinismo di Togliatti

Sessant'anni fa, dal 23 ottobre al 10 novembre del 1956, vi fu in Ungheria un'insurrezione popolare contro il regime comunista repressa con l'uccisione di migliaia di insorti, mentre altre migliaia furono feriti, condannati e incarcerati. La rivolta, che seguiva altri tentativi di liberarsi dal pugno di ferro stalinista esteso a tutta l'Europa Orientale, repressi anch'essi nel sangue (Berlino Est, giugno 1953, e Poznan, giugno 1956), avvenne a sei mesi di distanza dalla denuncia di Chrucëv dei crimini di Stalin. Come è noto, il Pci avallò pienamente l'azione repressiva dei 150mila soldati e 2500 carri armati sovietici che falcidiarono ogni anelito di indipendenza e di libertà. A questo proposito è istruttivo ripercorre alcuni momenti di questo sostegno, sottolineando le spiegazioni che lo giustificarono.

Sia per i dirigenti del partito, sia per gli intellettuali, il ritornello era sempre lo stesso: il fine giustifica i mezzi, ovvero la salvaguardia del socialismo supera ogni altra considerazione e assolve chi, in suo nome, compie ogni misfatto e ogni nefandezza. I contenuti di questo giustificazionismo «machiavellico», debitore di un'idea teleologica della storia che vede un solo percorso obbligato, il comunismo, possono essere riassunti in questo modo. Dal 1917 l'Unione Sovietica è accerchiata dai Paesi capitalistici e la dittatura, con la conseguente pratica del terrore omicida, non può essere giudicata prescindendo da questo contesto. Comunque, grazie alla sua esistenza, molti popoli del Terzo mondo, sottoposti all'imperialismo dell'Occidente, hanno potuto giungere all'indipendenza nazionale. L'avvento della rivoluzione d'ottobre e la costruzione del primo Paese socialista del mondo hanno costituito un'oggettiva barriera contro lo strapotere del capitalismo internazionale. Dal punto di vista ideologico, si deve dire pertanto che è stato grazie al marxismo, se il comunismo è passato dal sogno alla realtà e a questa realtà è doveroso inchinarsi. Anche i non comunisti devono riconoscere l'importanza epocale del suo avvento. In conclusione, l'esistenza storica dell'Unione Sovietica deriva, indubitabilmente, dalla giustezza della concezione marxista, con la logica conseguenza che marxismo, comunismo e stalinismo vanno visti come entità intercambiabili, essendo la stessa cosa. Stalin rimanda a Lenin e Lenin rimanda a Marx, per cui, per converso, il marxismo giustifica il leninismo, il leninismo giustifica lo stalinismo. Tutti i veri comunisti non possono che essere stalinisti.

Per questo, una volta scoppiata l'insurrezione, Palmiro Togliatti sollecitò il Pcus a intervenire militarmente e alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti, tenutasi a Mosca nel novembre dell'anno successivo, votò a favore della condanna a morte dell'ex presidente del consiglio ungherese Imre Nagy, definendo perfino «lotta eroica»... la repressione. In quell'occasione, stando alla testimonianza di János Kádár, il «Migliore» si cimentò in una prova di autentico cinismo, avendo chiesto allo stesso Kádár di rinviare l'esecuzione a dopo le elezioni politiche italiane del 25 maggio 1958. La richiesta fu accolta e Nagy venne impiccato un mese dopo, il 16 giugno. Pietro Ingrao scrisse: «Bisogna scegliere: o per la difesa della rivoluzione socialista o per la controrivoluzione bianca, per la vecchia Ungheria fascista e reazionaria». Giorgio Napolitano argomentò che «l'azione sovietica, oltre che a impedire che l'Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ha contribuito in maniera decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell'Urss, ma a salvare la pace nel mondo». Luigi Longo ricordò che i carri armati erano stati mandati allo scopo di garantire e consolidare «le conquiste dei lavoratori». Umberto Terracini dichiarò: «Le truppe sovietiche sono intervenute a scudo dei combattenti per la costruzione del socialismo. Questo fatto non può che trovare unanime appoggio e solidarietà in tutti i veri democratici italiani». Alla Camera dei deputati Giancarlo Pajetta lanciò il grido: «Viva l'Armata Rossa!».

Gli intellettuali comunisti e filocomunisti non furono da meno. Usarono la tecnica, tipicamente totalitaria, di non entrare nel merito delle accuse, ma di demonizzare come borghesi, fascisti, reazionari e oscurantisti tutti coloro che sostenevano la rivolta. Concetto Marchesi negò ogni valore agli insorti perché «un popolo non rivendica la sua libertà tra gli applausi della borghesia capitalistica e le celebrazioni delle messe propiziatorie». Lucio Lombardo Radice definì i rivoltosi degli «assassini». Augusto Monti rimproverò «quei socialisti e perfino quei comunisti che uniscono le loro voci al coro dei muggiti borghesi». Lo stesso Monti dichiarò che l'Ungheria «s'apprestava a essere la più vasta incubatrice d'un più vasto neofascismo non più italiano ma europeo». Carlo Salinari bollò i rivoltosi come personaggi «coscientemente controrivoluzionari»: sì, certo, il socialismo non si poteva imporre «a colpi di cannone», ma questi servivano a difendere «le sue conquiste fondamentali». Antonio Banfi accusò Imre Nagy di essere rimasto inerme di fronte «alle violenze terroristiche scatenate dai rappresentanti del vecchio nazismo alimentato dalla tradizione feudale e clericale». Luigi Pintor biasimò il socialdemocratico Paolo Rossi per aver manifestato il proprio cordoglio per l'impiccagione di Nagy, senza «dire una parola sui torturatori algerini»; rimproverò i democristiani di essersi «sbracciati per l'esecuzione dei capi rivoltosi in Ungheria», mentre tacevano «dei crocefissi che abbelliscono le galere spagnole», creando così «un fronte politico con i fascisti repubblichini». L'Unità assimilò Saragat ai «cani arrabbiati» americani che «sognavano la bomba atomica sul Cremlino».

Infine, vi fu anche chi affermò il falso. Tra i molti, ricordiamone alcuni. Ranuccio Bianchi Bandinelli sostenne che non esistevano prove documentarie, se non qualche «fotomontaggio», dei «massacri sovietici», mentre «i massacri anticomunisti sono stati documentati ampiamente». Velio Spano parlò di «teste di comunisti mozzate ed esposte come trofei sulle picche». Giuseppe Boffa richiamò l'attenzione sulle migliaia di quadri del Partito comunista ungherese «assassinati, squartati, impiccati, decapitati, bruciati vivi dalle squadre di rivoltosi più ferocemente oltranzisti e fascisti». L'Unità denunciò che in Ungheria «aerei provenienti dall'Occidente portanti armi per i rivoltosi sarebbero già atterrati in diverse località». Sarebbero stati questi esponenti - e altri simili - l'originale espressione della «via italiana» (democratica), non soggetta a Mosca, del socialismo (!).