Anche la sinistra ha scelto la linea del pugno. Chiuso

Nei mercatini napoletani capita sempre più spesso che la folla prenda le difese di qualche immigrato fermato dai vigili urbani perché sorpreso a vendere merce falsa, perché non in regola col permesso di soggiorno, o per altra infrazione alla legge. I poliziotti sono circondati da persone inferocite, che ancor prima di conoscere le ragioni dell’arresto, vi si oppongono per il solo fatto che l’uomo è di colore e lavora per la pagnotta. Ho paura che molti miei concittadini soffrano di quella che si potrebbe chiamare «sindrome dell’emigrante», anomalia cromosomica congenita che si manifesta con un eccesso di amore nei confronti di chi si è stabilito in terra straniera, e tira a campare. Nel loro Dna deve essere impresso il trauma di quando nonni e bisnonni partivano per le Americhe, e c’è poco da fare.
Fra il 1840 e il 1940 si trasferirono nel Nuovo Continente circa venti milioni di italiani, di cui la maggior parte dal porto di Napoli. Aumento della popolazione, crisi dell’occupazione, decadenza dell’artigianato, eccesso di mano d’opera, cattivi raccolti, carestie, determinarono il flusso di milioni di «cafoni» verso terre straniere, prima fra tutte l’America, le quali presentavano condizioni opposte, e cioè scarsa popolazione, ricchezza di risorse economiche non sfruttate, forte richiesta di mano d’opera, leggi favorevoli a chi intendeva colonizzare terre.
Prima di partire, sulla nave si consumava «l’ultima pizza», «l’ultimo babà», sul molo i congiunti sventolavano fazzoletti, sollevavano neonati per aria. Molti emigranti avevano portato con sé un gomitolo di lana, lasciandone un capo nelle mani di un parente; quando il bastimento lentamente si muoveva, i gomitoli si svolgevano, si tendevano sempre più, infine cadevano in mare: era il distacco definitivo.
La traversata durava fino a trentuno giorni, la gente stipata come in navi negriere, la promiscuità assoluta, i delitti a bordo frequenti. Difficile, poi, che non si incappasse in una tempesta, e così alla fine molti non ce la facevano. A morire erano soprattutto i bambini, deposti in cassa e gettati in mare.
A Ellis Island, nella baia di Manhattan, la visita medica, e il controllo dei documenti. Se tutto era in ordine, via libera all’ingresso, se no, te ne tornavi a casa: altri trentuno giorni di navigazione, altri morti, altre tempeste.
Verrebbe da dire: come non capirli i napoletani (e quanti in Italia si armano a difesa degli immigrati)... E invece no, non li dobbiamo capire, o meglio: non sempre li dobbiamo capire, perché un vero italiano deve per prima cosa difendere la sua patria, e questa si difende anche andando contro le «ragioni del cuore». Il disegno di legge Amato-Ferrero rischia di trasformare il nostro Paese in un porto in cui arrivano tutti i clandestini del mondo; l’istituto del cosiddetto sponsor favorirà «ingressi selvaggi» (Maroni) e aumenterà la criminalità, si arriverà all’assurdo che saranno gli immigrati a decidere chi far entrare nel (fin troppo) Bel Paese.
La Francia, la Spagna, la Gran Bretagna, in materia di immigrazione, hanno mostrato il pugno; l’Italia pure lo sta mostrando: ma è il pugno chiuso dei comunisti, questo è il problema.
mardorta@libero.it