Anche la Spagna è terra fertile per la filosofia

Da Machado a Ortega y Gasset, il primo volume in italiano

«Che cos’è la filosofia?», chiedeva il nostro professore di liceo all’inizio dell’anno scolastico, e noi studenti sottovoce recitavamo la filastrocca: «La filosofia è quella scienza con la quale e senza la quale tutto rimane tale e quale». A parte le rimembranze scolastiche, viene da chiedersi se la filosofia svolga, come nel passato, la sua importante funzione cognitiva sulla natura del mondo e dell’individuo, sempre più attratto dal modello consumistico della vita moderna. La domanda è naturalmente provocatoria, poiché il ruolo svolto dalla filosofia è ancor oggi fondamentale per la ragione stessa che le risposte date dalla scienza e dalla tecnologia, pur con i grandi successi conseguiti, non soddisfano la sete di conoscenza dell’uomo, tanto meno sono in grado di spiegare il mistero che circonda la sua esistenza.
Per alcuni critici vi sono tante storie della filosofia quante sono le correnti sviluppate dalle culture dei diversi Paesi, anche se è chiaro che il pensiero filosofico ha un carattere trasversale che supera i limiti imposti dalle frontiere nazionali. Non si possono comunque disconoscere i contributi scaturiti da specifiche situazioni geografiche legate a società, storie e religioni particolari, così come accade per la letteratura, le arti e la musica.
Tutto ciò non vale però per la Spagna, a cui è sempre stato rimproverata la mancanza di un percorso filosofico autonomo e originale per l’incapacità di formulare un sistema organico di concetti e riflessioni.
È lo spunto critico da cui muove Fernando Savater nel Prologo al recente libro dello studioso Armando Savignano, Panorama della filosofia spagnola del Novecento (Marietti, pagg. 431, euro 28), dove lo scrittore spagnolo denuncia il pregiudizio generale che assegna i contributi innovativi del pensiero iberico soltanto a mistici, letterati o scienziati «con preoccupazioni teoretiche». Il volume di Savignano - il primo a presentare ai lettori italiani una storia della filosofia del Novecento spagnolo - colma una grande lacuna e ricostruisce in modo preciso le idee, le tendenze e le figure principali (compresi i poeti-pensatori), patrimonio della scuola spagnola. Ciò anche se il Paese rimase estraneo alla tragedia della seconda guerra mondiale (ma non gli fu risparmiato il lungo periodo della dittatura franchista), e quindi non partecipò al travaglio spirituale, conseguente al «disorientamento della ragione», vissuto dalla cultura europea nella prima metà del XX secolo.
Riaffermare l’importanza del contributo filosofico di un’identità nazionale non significa certo avallare una visione limitata e pericolosa nell’inseguire proiezioni esterne come insegna la recente storia europea; in questo caso basta sottolineare, come fa il nostro autore, che i caratteri e gli aspetti significativi della filosofia ispanica sono in perfetta sintonia con il pensiero universale.
L’indagine dello studioso segue il metodo storico delle generazioni, già indicato da Ortega y Gasset, che corre parallelamente allo sviluppo delle correnti estetiche e letterarie del Novecento spagnolo: la generazione del ’98, del ’27, l’esilio e l’era franchista fino all’attualità. La generazione del ’98, finora legata alla «questione spagnola», cioè alla perdita delle ultime colonie americane (1898) e quindi alla crisi culturale che investe il Paese, è vista in un contesto più vasto, europeo, nel quale la Spagna sogna in fondo di collocarsi. I maggiori rappresentanti della cultura iberica affermano una visione critica, con punte nichilistiche e istanze utopiche, che in alcuni autori, come Azorín e Baroja, oscilla tra introspezione, angoscia esistenziale e vitalismo, quest’ultimo affidato alla forza dell’azione. Esemplare risulta la figura di Antonio Machado, la cui poesia è nutrita di riflessione ed istanze metafisiche, espresse dal personaggio apocrifo di Juan de Mairena, mentre l’altro esponente significativo del ’98, Miguel de Unamuno (nel commento originale al Don Chisciotte e nel libro Il sentimento tragico della vita) coglie l’essenza ispanica nell’idealismo rappresentato dal personaggio di Cervantes, dal suo eroismo e ricerca d’immortalità. A un’apertura verso l’Europa, senza rinunciare alla propria identità spirituale, segue l’invito a «spagnolizzare» l’Europa, poiché nei valori tradizionali del Paese iberico Unamuno coglie un carattere soprannazionale e una verità universale che comprende tutte le differenze.
Vengono poi considerate le tradizioni culturali delle regioni catalana, basca e castigliana, come anche le Scuole di Madrid e Barcellona. Un ampio spazio è riservato al magistero filosofico di Ortega y Gasset, guida spirituale di un’intera generazione di intellettuali, che studia la crisi culturale dell’epoca, analizza il fenomeno artistico del Novecentismo, affronta i temi e i compiti della filosofia, la sociologia, la politica e i suoi rapporti con la storia, la religione, la vita. Interprete originale delle tesi heideggeriane, Ortega pone al centro del discorso teorico la supremazia dell’arte per l’arte, il ruolo dell’intelligenza e la missione educatrice della cultura; una concezione, da molti considerata frutto del suo «aristocraticismo borghese».
Il libro riserva pagine interessanti ai continuatori della scuola orteghiana, tra i quali, insieme con Xavier Zubiri, s’impone la figura di María Zabrano, nella cui storia personale si riassume la vicenda di molti intellettuali costretti a vivere in esilio dopo la vittoria di Franco. La studiosa, che all’inizio riprende il magistero di Ortega, è attratta dall’interesse per il «frammento» più che dall’analisi sistematica, e pertanto ricorre all’intuizione poetica come forma di conoscenza, privilegiando uno stato indifferenziato anteriore al verbo, rivelatore di mistero e poesia.
Il percorso della filosofia spagnola tracciato da Savignano giunge fino ai nostri giorni, ma alla fine si ritorna alla domanda dell’esordio: Qué es la filosofía? Per Ortega è «eroismo intellettuale»; per María Zambrano è il risultato del «tradimento» del pensiero, un pensiero senza più stupore e meraviglia.