Ancora tante ombre, ma il vertice Onu ha prodotto risultati

Alberto Indelicato

Non è stato un insuccesso. Sarebbe bastato valutarne freddamente le prospettive senza farsi eccessive illusioni sulle virtù del multiculturalismo e del dialogo, per sapere in anticipo che la sessione speciale dell'Assemblea delle Nazioni Unite, convocata solennemente per celebrare il sessantesimo anniversario dell’istituzione, non avrebbe risolto i troppi problemi che erano stati caricati sulle sue fragili spalle. L'Italia, comunque, può esser soddisfatta del fatto che non è stata realizzata una riforma del Consiglio di sicurezza che l'avrebbe penalizzata relegandola in una terza categoria di Stati. E ciò sarebbe accaduto se gli autonominatisi «magnifici quattro» - Germania, Giappone, India e Brasile - fossero assurti all'areopago dei membri permanenti (ma senza diritto di veto) formando così il gruppo degli uguali più uguali degli altri, ma non uguali agli ugualissimi (i cinque Grandi). Ma c'era veramente il pericolo di una siffatta modifica? Era davvero ipotizzabile che i beati possidentes (i suddetti Cinque membri permanenti) dividessero il loro potere con altri? Poiché l'ultima parola sarebbe appartenuta a loro, tutte le manovre erano state sin dall'inizio puramente di facciata e destinate a concludersi come si sono concluse. Condoleezza Rice ha solo voluto lanciare un mazzo di fiori al Giappone, sapendo benissimo che in ogni caso la Cina si opporrà al seggio permanente per il suo vicino. Né si poteva immaginare che, nuovi poteri fossero concessi all'Assemblea o addirittura al segretario generale, specie mentre la questione «oil for food» era messa frettolosamente sotto il tappeto. C'erano però capitoli ben più importanti e seri da affrontare a cominciare da quello dei diritti umani, per il quale gli Stati Uniti proponevano la creazione di un Consiglio da cui escludere gli stati che notoriamente non rispettano quei diritti. Sarebbe stata sostituita così la Commissione attuale che si onora della presenza, e talvolta della presidenza, di Cuba, Libia e simili. Capitolo chiuso prima di essersi aperto. Soltanto sul terrorismo si è avuto un documento significativo: tutti gli stati si sono pronunciati contro. Purtroppo però non si è riusciti a darne una definizione, il che prelude a contrasti di interpretazione. Qualcosa di analogo avvenne tra le due guerre nella Società delle nazioni a proposito della condanna dell'«aggressione» su cui tutti erano d'accordo. Tuttavia non si riuscì mai a definire esattamente che cosa fosse l'aggressione e mentre se ne discuteva, fuori del palazzo di Ginevra le aggressioni si moltiplicavano. Non si sa neanche ora dunque che cosa esattamente sia per l'Onu il terrorismo, né quali siano i mezzi internazionali per combatterlo. L'assemblea non ha neanche concluso sul tema della non proliferazione nucleare, che pure è di estrema attualità a causa delle attività della Corea del nord e dell'Iran. Se ne è discusso e si sono affrontate le opposte tesi, ma non sembra che l'Agenzia internazionale per l'energia atomica di Vienna riuscirà a mandare il caso iraniano al Consiglio di sicurezza. Anche a Vienna gli interessi concreti - quelli della Russia per esempio - prevarranno sul multilateralismo.
All'ordine del giorno erano anche i temi del disarmo e della lotta alla povertà nel mondo, specie in Africa. L'impegno di dimezzare le dimensioni di quel doloroso stato di cose entro il 2015 non sarà mantenuto, malgrado le rinnovate unanimi promesse.
Di fronte a un bilancio non esattamente esaltante, è però preferibile astenersi da lamentare un insuccesso. La botte dà il vino che ha e il vino onusiano non sembra proprio d'annata. si direbbe che così la pensino i partecipanti della controsessione, in cui ha brillato la coppia Clinton. Con la loro iniziativa, non si sa bene se in contrapposizione o in appoggio all'organizzazione internazionale, non hanno essi forse mostrato il loro scetticismo sull'efficienza - se non addirittura sull'inutilità - delle Nazioni Unite?