L'ex sceicco Harmand da "Quelli della notte" a "quelli che cucinano"

Negli anni '80 fu preso di mira per avere interpretato un improbabile arabo nello show di Renzo Arbore. Oggi fa il cuoco e scrive libri: "Sono nato a New York. E sono rinato un'altra volta quando sono arrivato in Italia"

Ma la vera domanda è: Andy Luotto è bbuono o no bbuono? Lui, l'inventore del tormentone anni '80 che spopolava nel caravanserraglio arboriano di Quelli della notte , è ancora indeciso («come tutte le persone del mondo sono un po' bbuono e un po' no bbuono...»). Doppia opzione che fece anche da titolo a un - tutt'altro che memorabile - 45 giri inciso con Silvia Annichiarico («in copertina c'era lei con la frangetta rossa e io con la tuta dell'eroe SuperAndy...»). E «super» Andy lo è sempre rimasto; non a caso Wikipedia ne fa un ritratto lusinghiero: «Attore, doppiatore, conduttore televisivo, scrittore, chef, divulgatore gastronomico e fondatore di celebri ristoranti». Andy fa il modesto: «Non sempre ho avuto successo, ma va bene così...».

Spazio alla sua presentazione fai-da-te: «Piacere, André Paul “Andy” Luotto, nato a Brooklyn e rinato in Italia, con trascorsi nel mondo dello spettacolo. Sono uno di quei cuochi che amano sedersi a tavola con i commensali. In quelle occasioni si raccontano storie, esperienze, opinioni. E allora io sono Andy, scampato al riformatorio, mandato in Italia per punizione, lanciatore di missili, cuciniere per sceicchi e pigmei, quasi arrestato in Canada, adottato dalla città di Napoli, cicerone a Roma, pubblicitario a Bari, showman con una velina scimmia, cugino di un beato, maoista mancato, pescatore bombarolo...».

Luotto ha 65 anni (è nato a New York il 30 luglio 1950), potrebbe fare un primo bilancio della sua vita, ma la parola «bilancio» non lo entusiasma più di tanto («sa di chiusura di un ciclo, ma io preferisco guardare avanti...»). Anche se, guardando indietro, di cose ne ha fatte tante («mi sono divertito, ho avuto grandi soddisfazioni, ma ci sono stati anche momenti difficili...»); una disavventura per tutte: la vicenda dello «sceicco Harmand».

È trascorso un quarto di secolo, ma Andy ha ancora un comprensibile timore a parlarne. Lui, «proto-vittima» dell'integralismo islamico sa bene che oggi, in tempi di Isis, la situazione è peggiore rispetto a quel lontano 1985, quando i fanatici di Allah lo picchiarono, lanciarono sul suo capo una fatwa che lo costrinse ad abbandonare il personaggio dello «sceicco Harmand», uno tra i più divertenti sfornati («il verbo sfornare mi piace, sa di pane caldo...») dalla cucina pazzoide di Quelli della notte di Arbore. Andy ricorda come la vicenda Harmand rappresenti «un incubo che non vuole più rivivere...». Sul web circolano sketch esilaranti di Harmand, costatigli però momenti drammatici tra pestaggi sotto casa ed esclusione dal programma. Anche in Rai, all'epoca, giunsero lettere di minaccia e l'azienda provvide al «licenziamento» di Harmand per ragioni - diciamo così - politically correct . Recitava il comunicato Rai di allora: «Non è nostra intenzione offendere il mondo arabo, ragion per cui l'azienda non manderà più in onda il personaggio di Harmand».

«Un paradosso - rievoca oggi Andy -, considerato che quella caratterizzazione non offendeva proprio nessuno, tantomeno il mondo arabo. Si trattava, al contrario, solo di una maschera umoristica originale e fuori dagli schemi». Insomma, un'invenzione geniale e per nulla blasfema. Sull'argomento oggi Luotto taglia corto: «Misero sulla mia testa una taglia, mi picchiarono sotto casa e minacciarono la mia famiglia. Per sei mesi fui scortato della Digos... Finché non ti aggrediscono e non sei nel mirino, non capisci di cosa sono capaci». Il tutto solo per un po' di satira politica: «Macché satira politica. Io sono solo un comico. L'imitazione me l'avevano ispirata proprio alcuni amici musulmani. Esiste infatti anche un islam progredito e civile che nulla ha a che fare con quel fanatismo violento che invece mi mise nel mirino...». Momenti di sconforto? «Sì, tanti. Ma poi grazie anche a mia moglie Antonella e ai miei figli ho sempre saputo reagire». Oggi Andy Luotto vive serenamente la sua «seconda vita»: «Che poi coincide con la prima, considerato che ho sempre fatto l'attore e cucinato fin da bambino». E a merenda, nessun dubbio: meglio la Nutella del kebab...

La passione di Andy per la cucina è nata per esigenza: «Fino all'età di 15 anni sono cresciuto a New York con mio fratello e mia mamma, scienziata, plurilaureata. Tra insegnamento e ricerche, mamma non aveva molto tempo per cucinare, perciò spesso e volentieri il compito era mio, cosa che peraltro che non disdegnavo affatto». Nel 1965 Andy arriva in Italia, il papà vive in una casa patrizia, grande e mandata avanti da servitù 24 ore su 24. «Maria, la cuoca - ricorda Luotto - diventa subito la mia migliore amica. Pur non parlando io l'italiano e ancor meno lei l'inglese, l'intesa fu immediata e straordinaria: passavo più tempo con lei in cucina che sui libri del mio prestigiosissimo liceo».

Intanto a scuola lo avevano soprannominato «the cook» (il cuoco) e spesso cucinava per i suoi professori prima di un esame importante. Per tre estati di seguito gli fu offerto un lavoro a Palazzo Brandolini a Venezia. «Gli insegnamenti del grande cuoco Vincenzo Listelli, sono rimasti con me fino a oggi: prima regola mai risparmiare sulla qualità della materia prima; seconda regola la pulizia sempre».

Torna in America nel 1969 dove, in tre anni e mezzo, si laurea in Scienze della comunicazione all'università di Boston. E naturalmente si mantiene agli studi «cucinando nelle case dei ricchi». Appena laureato torna in Italia disertando la chiamata sotto le armi («per non andare in Vietnam...»). Gira il mondo dall'Inghilterra al Sudan, dai Giappone alle Galapagos, («realizzando più di 150 documentari, la maggior parte didattici, commissionati dai ministeri dell'Educazione...»). È ovvio a questo punto che ovunque fosse andato, finiva sempre che la sera cucinava lui, sia che ci si trovasse nel deserto o in un palazzo reale. «Sono sicuro - ammette - che la maggior parte degli appalti ottenuti dalla mia piccola società siano avvenuti grazie a una sorta di “comunicazione gastronomica”».

Ricky Tognazzi dice di Andy: «È un cuoco che sarebbe piaciuto tanto anche a mio padre Ugo». E poi: «Sfogliando il suo libro Padella story mi viene in mente Ugo che, proprio come Andy, ha saputo coniugare vita e arte culinaria in gustosissimi libri, dove succulente e inedite ricette si coniugano con il racconto della sua esistenza». Insomma nei libri di Andy Luotto, come nei «suoi» ristoranti, c'è una «grattugiata» di tutto: passione, umorismo e sentimenti. Ingredienti fondamentali per cucinare un piatto di classe.

Ma in questa grande insalata di passioni umane, non poteva certo mancare una spolverata di considerazioni salate assai: «Il bel sogno europeo è diventato un incubo: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna (tra i paesi più belli del mondo) sono ora i Pigs (acronimo che significa “maiali” in inglese). Aggiungiamo la nostra spaventosa denatalità e quale futuro ci aspetta?».

Ma Andy, cosa mi combina? Si mette a fare il santone trombonesco? «Macché “trombone”, bisogna reagire. Ma quali sono i modelli da seguire? Le ideologie si sono rivelate film d'orrore». Immaginiamo che il nostro Paese si trasformi in un Ristorante Italia, come gestirlo? «Quel che si capisce al volo è che un ristorante è una cosa seria, mentre un paese - per niente. Può permettersi maniaci, buffoni, incompetenti, e ladruncoli. L'enogastronomia è invece l'ultimo baluardo: l'unica arte dove vigono i vecchi concetti “religiosi” del buono, del bello e del vero. La sola arte che si mangia e deve essere digerita». Intossicazioni permettendo.